...ma lassù mi è rimasto Vico

di Valerio Varriale

Non so tuttora chi sia stato l’anonimo “plagiario” che nei primi anni ’70, secondo un bel costume garista del tempo, compose sull’aria di “Io Vagabondo” dei Nomadi i versi di una “canzone garista” (i vecchi ricorderanno...) che terminava appunto con questa frase.

La frase aveva un senso, che tutti capivamo e condividevamo: Vico insieme il motore e lo spirito del Gruppo, Vico il nume tutelare capace di inventare giorno per giorno (o notte per notte...) l’attività del Gruppo, Vico che da “arbitro supremo” componeva dissidi e mugugni, e tutto con quel suo stile sornione e ricco di understatement.

Insieme goliarda, intellettuale, giornalista, e chissà quante altre cose, vivevamo la sua presenza appunto come quella di un burbero e privato Tinia di Via Tacito 41, terzo piano, che sembrava tutto vedere e prevedere, anche e soprattutto senza occhiali.

Mi piace ricordare quella definizione caustica e lucidissima che talvolta gli scappava e che suonava più o meno così: “i Garisti? Si dividono in due categorie: ’Giovanottelli gajardi e tosti’ e ’Femminazze’”: non mi risulta che mai nessuna fanciulla si sia mai offesa per questo, ed erano tempi di femminismo iper-militante: sapevamo che in fondo era una dichiarazione d’affetto per tutti noi che, nel diavolìo degli anni ’70, avevamo fatto dell’archeologia qualcosa di più di un hobby o del Gruppo qualcosa di più di un ritrovo dove cercare di “rimediare”.

Ed eravamo felici di ricambiare questa dichiarazione, anche con strofette, solo a prima vista cretine:

“Ci narrano le storie del popol di Tarquinia
che il vecchio padre Giove l’avean chiamato Tinia:
ma adesso hanno cambiato, ce n’hanno uno più fico
voi tutti conoscete Magrini Ludovico...”

“E la mazurca che ballava Ludovico,
quando aveva per le mani tanti cocci arcani
di un periodo antico...
Dopo tre giorni, Ludovico dà il responso,
dice che è un buccheretto
mentre è solo un vil coccetto
raccattato mentre andava a zonzo...”