Testimonianza

di Teresa Magrini

Ludovico e Teresa (al centro)
con i genitori e i fratelli

Due cose ricordo bene di Ludovico, o Ghigo (come lo chiamavo io da piccola), o Bombo (il soprannome che gli aveva dato Renato, “soprannominatore ufficiale della famiglia Magrini”).

La prima riguarda il fatto, ormai chiaro a tutti, che per Ludovico bastavano tre persone per fare un’associazione e a lui, sin da giovanissimo, scappava spesso di farne una. Ma la cosa che a me intrigava di più era quando decideva di scioglierle poiché ne ereditavo tamponi, timbri, tessere, stemmini e altra varia mercanzia. Questi lasciti facevano salire di molto le mie quotazioni presso gli amichetti del cortile che in breve tempo si trovavano tesserati e timbrati a dovere.

Evidentemente era scritto che dovessi nel tempo occuparmi di queste sue cose sul serio.

La seconda era quando mi dedicava un po’ del suo tempo a vario titolo.

Correva l’anno 1959. Io avevo 11 anni e Ludovico 22. Lui il fratellone più grande e io la sorellina più piccola di sei figli (incredibile!).

Ero alle prese con lo studio dell’Iliade e sinceramente verso l’argomento ricordo che non nutrivo il benché minimo interesse.

Me ne lamentai con la mamma e lei pregò “Vico” di spiegarmi la faccenda. E lui quello stesso pomeriggio decise di togliersi il pensiero.

Ricordo che ci mettemmo in sala da pranzo, unica stanza ad avere un tavolo a disposizione e dove soprattutto non c’erano letti.

La prese alla lontana e cominciò a parlare di Omero, testimone “oculare” delle vicende in oggetto!

Nel frattempo si era armato di un grande cartoncino bristol e di pennarello nero e mentre parlava disegnò una sorta di cartina geografica spiegandomi la posizione strategica di Troia e del lungo viaggio che gli Achei intrapresero per raggiungerla ed assediarla.

Poi voltò il cartoncino e cominciò a disegnare una specie di castello medievale con tanto di fossato tutto intorno, di porte di accesso alla città con tanto di soldati di vedetta, con Re Priamo e consorte nonché tutta la numerosa prole schierati sugli spalti, compresa quella menagramo di Cassandra.

E sotto le mura il più formidabile degli accampamenti formato da tende impennacchiate con i greci occupati ad allenarsi nei combattimenti con l’eroico Achille.

Mi raccontò l’antefatto che aveva causato tutto quel disturbo: Elena, bellissima moglie di Menelao, si invaghì di Paride, uno dei tanti figli di Priamo, e fuggì con lui a Troia. Di qui la decisione di Menelao di riprendersi la consorte fedifraga, ma la pura verità era che voleva impadronirsi dell’importante e ricca città di Troia.

Cominciò la favola e pian piano la scena si animò di personaggi come Briseide, Criseide e tutto ciò che finisce in -eide, Achille, Ettore etc. etc. etc.

Io ero rapita e incuriosita di sapere come sarebbe finito il gossip. E lui proseguì arricchendo il racconto di particolari e indiscrezioni varie.

Avevo tutta la scena sotto il naso come un grande set cinematografico e anche se i personaggi erano disegnati in modo decisamente stilizzato, erano tutti molto riconoscibili.

Non avrei mai più dimenticato quell’Iliade!

Dopo ben 10 anni di assedio e scaramucce la città risultò inespugnabile e i greci ormai stanchi decisero di alzare le tende.

Ma ecco entrare in scena il “genio”. Vico parlava di Ulisse con grande entusiasmo ed ammirazione mentre ricordo che a me apparve come un grandissimo “fetentone”.

Mentre parlava disegnò il cavallo di Troia fuori delle mura, con i soldati che entravano nella sua pancia come si trattasse di un “jumbo jet”, con tanto di scaletta.

Si sa, l’ingenuità è un pessimo difetto: ne seppero qualcosa quei poveri troiani quando si tirarono in casa quel gingillino.

Me la fece molto tragica: urla, pianti, ammazzamenti, “io l’avevo detto”… e alla fine, come contentino, la deportazione dei superstiti in Grecia come schiavi.

Ricordo che provai molta pena per la moglie Andromaca e il figlioletto Astianatte di Ettore!

Ma l’occasione per lui era troppo ghiotta per finirla lì. Tutto quel bel foglio con ancora tanto spazio a disposizione! E prese a disegnare la fanteria, la marina, carrarmati, aeroplanini di faccia e di profilo, cannoneggiamenti con relative esplosioni e quant’altro potesse fare rumore.

Si era talmente “gasato” per la sua memorabile battaglia che non si accorse nemmeno che io, nel frattempo, avevo lasciato la postazione.

Credo che quella sia stata la sua prima partita a RISIKO!!!

E penso che molti garisti ne sappiano qualcosa.