Ludovico Magrini, la semplicità di un uomo
di Stefano Vannozzi
Per relatività anagrafica non ho avuto personalmente la fortuna di essere fra quanti hanno potuto respirare almeno ancora in tempi relativamente recenti (prima metà degli anni ’80) l’aria ancora attiva e quell’ideale comune dei gruppi sorti intorno alla figura di Ludovico Magrini.
Il mio breve intervento è quindi più inteso a ricordare nei pochi frammenti di ricordi la figura dell’uomo e della sua capacità quasi paterna di accoglimento ed ascolto verso gli altri, anziché quella di studioso, pubblicista o di figura per alcuni versi leggendaria di ideatore e paladino del volontariato nei beni culturali, che forse talvolta ne ha offuscato il lato più umano e terreno.
Ricordo di aver già sentito parlare di questo gruppo di veri appassionati di storia ed archeologia sul finire del 1986, ma il mio primo incontro avvenne solo l’anno seguente in concomitanza con la mia prima visita scolastica di giovane liceale ai Mercati Traianei con due guide, che seppero subito “affascinarmi” per il modo e la facilità di linguaggio. Di tutti i presenti (tre classi) entusiasti di entrare e partecipare a questa associazione di volontariato, fui l’unico il giorno stesso (senza pranzare, ricordo) a recarmi subito nella sede di Via Tacito dove, dopo un’attesa di alcune ore, venni quasi svegliato dalle medesime guide conosciute nella mattinata le quali si meravigliarono della mia inaspettata presenza e fulminea accettazione di propositi. Nello stesso pomeriggio, le stesse raccontarono agli altri come fossi là e venni subito presentato ad un uomo barbuto, un po’ in là con gli anni, forse traditi dai troppi ed assorti pensieri, il quale accolse le mie più invadenti domande, tipiche di un giovane appassionato a cui prima di allora nessuno aveva avuto o sentito il bisogno di comprendere e rispondere.
La sera stessa, con un ordine quasi perentorio alla segreteria, mi ritrovai di ritorno a casa, felice, con un pacco di numeri di archeologia e l’iscrizione completamente gratuita al Gruppo Archeologico Romano. (“Questo me lo devi iscrivere subito!” disse, e rivolto a me: ”E tu porta domani le foto!”).
Cominciai così a frequentare questo nuovo ambiente superando le mille difficoltà dovute alla distanza da casa ed i problemi economici pur presenti in una modesta famiglia operaia come quella da cui provenivo, ma trovai sempre questo signore, pronto a dedicarmi uno spazio personale.
A distanza di anni debbo riconoscere l’importanza della formazione e dell’esperienza creatasi per e intorno a Ludovico, caso veramente raro nella vita, di una calamita che aveva la capacità di attrarre altre calamite (e qualche scoria ferrosa, purtroppo).
Grazie a Lui debbo l’incontro e l’amicizia poi affinata e rafforzata nel tempo con persone che tuttora stimo per quello che sono e che il tempo ha scalfito solo esteriormente. Grazie a queste persone che mi hanno assistito, sorretto e talvolta rimproverato dando a me, allora quattordicenne, l’occasione e la capacità di comprendere meglio la vita anche e oltre la sola passione per l’archeologia. Se Ludovico è stata la pietra portante, in essi ha trovato come colonne pur su lati talvolta diversi, lo sviluppo e l’evoluzione, che mai nessuno potrà cancellare, malgrado qualche nuovo ed effimero Sansone.
A tal riguardo non posso fare a meno di rammentare i versi quasi profetici di Tomasi di Lampedusa e il suo don Fabrizio che diceva: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”.
Grazie Ludovico per quanto con l’esempio inconsapevolmente hai fatto in un giovane che ha avuto poco tempo per conoscerti, ma è bastato spero per portarlo avanti in un’altra vita!