Avevo quindici anni

di Stefano Mammini

Avevo quindici anni. Da un anno ci eravamo trasferiti dalla Balduina in una casa nel centro di Roma e la domenica seguivo mio padre nelle visite guidate organizzate da una delle tante associazioni culturali che cercavano, meritoriamente, di far conoscere anche musei e monumenti meno noti. Ricordo benissimo un anziano professore, notissimo nel giro, che, vedendomi decisamente più giovane della media dei partecipanti, mi diede un opuscolo del GAR: mi disse che se ero interessato all’archeologia – l’episodio si svolse di fronte all’area sacra di Sant’Omobono –, lì avrei trovato compagni d’avventura un po’ meno stagionati. Ora non ricordo bene la sequenza, ma i miei primi approcci furono una conferenza nella sala della parrocchia della chiesa di piazza dei Quiriti e l’incontro con Ludovico, seduto a una scrivania ingombra di giornali, libri e carte. Non fu più loquace del necessario (e anch’io ero un po’ intimorito: mi ci sarebbe voluto un po’ per capire che quel modo di guardare era in larga parte dovuto al vezzo di non portare sempre gli occhiali…) e risolse le mie esitazioni chiedendomi se m’interessava far parte di un settore «tranquillo» o invece di un gruppo più vivace (e qui non uso le virgolette perché non saprei dire quale aggettivo avesse scelto per definire quella che in realtà era la regola imperante del Gruppo: ma anche questo l’avrei scoperto dopo!). Scelsi la prima opzione e così entrai a far parte del settore Cerveteri, allora capitanato da Roberto Paolelli. Anche lì mi ritrovai a essere il più giovane e così, qualche mese dopo, quando a Roberto fu chiesto di indicare quale dei componenti del suo settore avesse meritato di andare gratis al campo per un turno, fui designato. Il trapasso dalla «tranquillità» alla «brutalità» garista era alle porte. Via Tacito: riunione dei vari capisettore per mettere a punto l’organigramma del 1° Campo di Tolfa. Non so chi stesse scorrendo l’elenco dei nomi, ma arrivò il mio: senza troppi giri di parole, in molti si chiesero ridendo «E questo chi è?». La mia carriera «pubblica» cominciò così.

Foto di gruppo a Pian della Conserva nel 1984

Il campo fu una delle esperienze più esaltanti della mia adolescenza. Avrei dovuto passarci 15 giorni, ma credo di esserci rimasto almeno per un paio di mesi. E in mezzo ci furono la scoperta della PC 3 (provate a immaginare cosa possa voler dire per un ragazzo scavare una tomba intatta…; anche perché è vero che l’archeologia è interessante anche quando trovi solo un po’ di frammenti, ma settanta vasi e qualche monile in oro sono un’altra cosa), la scoperta del biliardo (fino ad allora vietato in quanto ritenuto dai miei anticamera del vizio), e tante altre cose. L’esordio, comunque, lo ricordo forse meglio di ogni altra cosa e protagonista ne fu Ludovico. Avevo coinvolto nell’avventura un amico del liceo e con lui, dopo essere arrivati al convento, facemmo un rapido giro, adocchiando una camerata che ci sembrava un po’ meno spartana delle altre. Ludovico ci aveva lasciato fare per un po’, poi con quel tono che non ammetteva repliche – ma al quale non avresti mai avuto il coraggio di replicare – ci disse di prendere le nostre cose e sistemarci in una delle tende montate nello spiazzo davanti al convento… Non so se nel vederci raccogliere gli zaini, sbuffanti ma obbedienti, abbia sorriso, ma mi piace pensare che l’abbia fatto. Ma il regalo più grosso dovevo ancora riceverlo. Era ormai l’inizio di settembre (e io ero ancora lì) e il gruppo dei preistorici stava preparando il campo a Tarquinia per lo scavo al Riparo sul Biedano, a Norchia. Vico mi chiamò e mi disse che ci sarei andato anch’io, come premio per l’impegno mostrato a Pian della Conserva. Da sconosciuto secchione del settore Cerveteri cominciavo a sentirmi un po’ più garista… Per inciso, a Tarquinia, seguendo lo stile un po’ (molto) militaresco che tanto era di moda al Gruppo, molti dei «grandi» mi trattarono da vera e propria «spina», facendomi scherzi terribili, ma, grazie ad altri grandi, è uno dei ricordi più belli che ho di quella estate.

Foto di gruppo a Pian della Conserva nel 1985

Anni dopo, sempre a Tolfa, Ludovico mi diede l’opportunità di crescere. E questa è la ragione principale per cui, se mi chiedessero di tornare indietro e scegliere, farei esattamente le stesse cose. Ero entrato a far parte del gruppo degli istruttori e, per vari anni, lavorai nei campi archeologici didattici. Senza retorica, cominciai a comprendere davvero – molto più che leggendo i ciclinprop dei collettivi studenteschi – quanto potesse essere difficile la vita di chi, a differenza del sottoscritto, non conduceva un’esistenza sostanzialmente ovattata, in una normale famiglia borghese. E, al tempo stesso, provai soddisfazioni enormi, nel riuscire ad appassionare all’archeologia ragazzini sbarcati a Tolfa pensando si trattasse di una colonia marina...

Più o meno nello stesso periodo cominciai a scrivere per Archeologia. Avevo già alle spalle un po’ di collaborazioni come corrispondente sportivo per un paio di quotidiani, ma con Archeologia feci un salto di qualità considerevole e, soprattutto, negli anni in cui ho contribuito alla sua realizzazione, ho avuto modo di avere scambi molto più frequenti con Ludovico. E sono scambi in cui forse ho preso più di quello che ho dato, imparando molto di quello che è oggi il mio mestiere.

Mi fermo qui: nello scrivere queste poche righe si sono affollati tanti altri ricordi, ma non credo serva la quantità a certificare il valore che tuttora attribuisco al rapporto che ho avuto con Ludovico.


Vorrei solo aggiungere un paio di considerazioni, lette (mangiandomi come al solito le parole) in occasione dell’incontro del 2 aprile 2006 a Pian della Conserva.

Tutti noi, oggi, siamo quel che siamo anche per via del nostro passato. E perciò voltarsi indietro agli anni che abbiamo condiviso non è soltanto nostalgia: per quanto forte, un sentimento del genere non sarebbe riuscito a far ritrovare così tanta gente, a più riprese, ormai da un più di un paio d’anni. Io credo che la ragione sia un’altra: l’esperienza nei Gruppi Archeologici ha saputo darci occasioni di conoscenza importanti e ha saputo trasmetterci valori veri e sentiti. A molti di noi questo manca, forse, ancor più di quanto non manchi Ludovico. E allora ci è dolce naufragare in questo mare, dal quale dobbiamo però ogni volta riemergere senza rimpianti per un passato che non c’è più, ma con la gioia di avere nel nostro bagaglio di esperienze un passato indimenticabile. Semmai, l’unico rimpianto, se così possiamo chiamarlo, è per l’oggi e per quelli che oggi hanno l’età che avevo io quando disseppellivo, eccitato, il corredo della PC 3. Spero infatti di sbagliarmi, ma in questo mondo ormai giunto al corto circuito globale e quotidiano e troppo spesso gretto, mi viene difficile credere che un’alchimia come quella di cui Ludovico è stato l’artefice riuscirebbe a ripetersi.