Vico
Ho trovato il sito per caso. Ma non è stato per caso che, dopo non fatemi dire quanti anni dall’ultimo campo, ho cercato in internet il nome di Ludovico Magrini.
Vico.
Volevo trovare il ricordo di un uomo che ha avuto il coraggio di materializzare un’idea, e c’è riuscito. Il suo progetto ha avuto la faccia, le mani e, soprattutto, i piedi di tanti ragazzi; è divenuto concreto con le loro risate, la fatica, l’impegno, le cantate e le bevute, la grande voglia di stare insieme e insieme fare qualcosa.
E anch’io tra quei ragazzi. Non è che di archeologia ne sapessi gran che, sicuramente avevo più buona volontà che scienza; nella vita, poi, mi occupo di tutt’altro. Eppure, anche per una non addetta ai lavori, l’esperienza dei campi è stata fondamentale, tanto importante e profonda che non è solo un ricordo ma una realtà ancora presente.
Credo sia proprio quello che Vico aveva in mente: il coinvolgimento di ognuno, la passione personale al servizio del patrimonio di tutti, l’archeologia come piacere (prima che come mestiere), l’entusiasmo al potere.
Forse proprio per questo, nonostante le mie incertezze sulle anse appenniniche (e non solo!), ogni volta che andavo ai campi lui mi dedicava un saluto, due parole, proprio due, ma sufficienti per farmi capire che riprendevamo un discorso già iniziato, che nel suo progetto c’era - c’è - posto per tutti.
E poi, una volta, ho avuto un’occasione particolare e l’ho accompagnato a Como, insieme a Stefano Romanini (chi ne sa qualcosa?), per partecipare a un convegno nel quale si discuteva delle possibilità di impiegare utilmente il tempo libero. Vico avrebbe presentato i Gruppi e ci si riprometteva anche di fare un po’ di pubbliche relazioni, visto il consesso. Alla partenza da Milano Vico indossava (occorre dirlo?) la camicia militare e aveva ai piedi qualcosa di molto simile agli anfibi. Stefano, allora, gli suggerì - con la buona grazia di cui era capace - che forse l’occasione avrebbe richiesto un abbigliamento più convenzionale e Vico, borbottando, rientrò in albergo. Ne uscì subito dopo: era vestito tale e quale ma aveva aggiunto una giacca bianca, spigata. Non avemmo il coraggio di dirgli che era meglio prima.
Ma, se l’insieme era eterogeneo, sono sicura che nessuno ci fece caso quando Vico parlò al convegno e disse quel che aveva da dire sul volontariato archeologico. Tutti noi che l’abbiamo conosciuto sappiamo quanto era bravo, e convincente, nel trasmettere quello in cui credeva.
Gli riusciva così bene che, per “colpa” sua, abbiamo viaggiato fiduciosi sul pulmino del GAR; abbiamo mangiato di buon appetito roba improponibile (chi si ricorda i “würstel flambé” alla Borrini?); tutti contenti abbiamo spalato, picconato, vigilato, setacciato, restaurato, disegnato, catalogato, scarpinato.
Gli riusciva così bene che siamo qui, ancora adesso, a parlare di lui e delle sue idee: con ammirazione, riconoscenza, affetto. E con un po’ di groppo in gola.