Pensieri e parole

di Sara Nardi Combescure

Alex Jones, Tiziana D’Este e Sara

Quando Francesca mi ha proposto di partecipare a questa iniziativa, ho ricordato la fine di American Beauty, nella quale Kevin Spacey ripercorre velocemente i momenti più importanti che hanno caratterizzato la sua esistenza.

La serenità di quei passaggi e di quelle parole, che si susseguono velocemente, basata essenzialmente sulla gioventù del personaggio, riflette perfettamente i sentimenti che riaffiorano alla mia memoria quando penso a Ludovico e agli anni ormai lontani passati al GAR.

Certo, se volessi imitare lo stile di Mendes (cosa d’altronde impossibile) le mie immagini sarebbero totalmente diverse e, a pensarci bene, avrei anche qualche difficoltà a selezionare le une dalle altre sulla base della loro importanza. Con un po’ di fantasia, provo ad inserirne alcune in un carrello di diapositive, le proietto e ritrovo:

  • me, il sabato pomeriggio all’interno dell’autobus Grottaferrata-Roma,
  • i glicini lungo il cammino per via Tacito, l’ufficio di Ludovico e la stanza di settore,
  • la domenica sera, il pulman Tolfa-Roma, via Manziana, e quel leggero rimorso scolastico “da compiti non fatti per il giorno dopo”,
  • la domenica sera e l’entusiasmo della giornata passata a Pian Conserva,
  • il giorno in cui mi sono laureata e la cabina telefonica dalla quale chiamai subito Vico,
  • il giorno in cui Vico mi convocò nel suo ufficio, per un problema avvenuto con un responsabile GAI,
  • io che volevo avere ragione a tutti i costi e la sua risposta: “Saranà, voi romani siete tutti dei figli di buona donna e la buona donna sono io”,
  • il sorriso e l’affetto quasi paterno che ne scaturirono,
  • il mio Curriculum Vitae e le numerose pagine che riassumono gli anni di GAR,
  • il mio Curriculum Vitae e la menzione di “collaboratore per il mensile Archeologia” che non cancellerò mai,
  • i “garisti” che s’incontravano nei corridoi dell’Università e i commenti sui “garisti” espressi negli stessi corridoi,
  • gli illustri sconosciuti con cui ho trascorso le mie estati e la corrispondenza invernale che ne seguiva,
  • le mie collezioni di lettere in italiano e in inglese stentato, d’immagini di laghi finlandesi, di castelli tedeschi, per non parlare della Tour Eiffel o del duomo di Milano,
  • io, 20 anni dopo, con i miei studenti mentre firmo contratti Erasmus e le esperienze vissute grazie a Vico, quando Erasmus era ancora una pallida idea,
  • Tolfa,
  • la fanciulla francese nel metrò di Parigi che commenta i suoi scavi in Italia a Tolfa: “vedi”, spiega all’amica, “si tratta di un posto sperduto, che raramente trovi nelle carte geografiche”,
  • io, nello stesso treno, che penso a quel “posto sperduto”, ai suoi miti, arricchiti ogni anno di nuovi protagonisti, ai “carrettoni” senza freni, ai racconti di fine giornata, alle notti corte raccorciate dalle corvée, ai vassoi in metallo e alla pasta e fagioli servita regolarmente quando la temperatura esterna supera i 35°,
  • i famosi muri del convento “che se potessero parlare!”,
  • le foto di scavo con paline ricavate da manici di scopa e dipinte nella “fienilessa”,
  • io, sempre 20 anni dopo, che in modo molto folkloristico lo racconto ai miei studenti mentre sbuffano perché non dispongono di “tutto e subito”,
  • la faccia di Ludovico quando ti faceva capire che occorreva adattarsi e arrangiarsi,
  • il giorno in cui lo chiamai per dirgli che avevo vinto una borsa di studio per la Francia,
  • Ludovico e mio padre che partirono in quegli anni e la serenità che provo ancora ricordandoli tutti e due,
  • me e Francesca il giorno della discussione della mia tesi di dottorato,
  • la pioggia torrenziale sui Giardini di Lussemburgo, noi due sotto l’ombrello con un dattiloscritto in mano, dedicato a Vico e ai ragazzi del GAR e consacrato a quel “posto sperduto, che raramente si trova nelle carte geografiche”.