La “Soubrette”
Cari amici, era da tanto tempo che avrei voluto contribuire alla raccolta dei ricordi su Ludovico come molti di voi hanno già fatto, ma in questi ultimi anni la noiosissima professione che ho scelto, l’elettronica (e non solo lei), mi ha oberato di impegni e di preoccupazioni e di fatto mi ha impedito di fermarmi un attimo a raccogliere i pensieri e scegliere un ricordo da trasmettere. Mi accingo a farlo proprio in questi giorni in cui ho da poco superato, non proprio indenne ed ormai con poca soddisfazione, i quaranta anni esatti di volontariato in archeologia che è ancora di fatto il mio status, non tanto in virtù di tessera, quanto piuttosto nello spirito e nella voglia.
In effetti ho cercato a fondo nella memoria qualche episodio significativo da ricordare riguardante Ludovico e tutti voi come atto di ringraziamento per tutti i fantastici anni passati nei Gruppi Archeologici e per quello che hanno lasciato.
Tuttavia, non so proprio per quale strano meccanismo della memoria, l’episodio che mi è rimasto impresso e che meglio interpreta lo spirito di quegli anni è l’unico in cui non fu Ludovico il maestro, ma qualcun altro; non fu Lui la “soubrette”, la prima donna, ma qualcun altro. Ed è paradossalmente proprio per questa ragione che l’episodio in questione è quanto mai significativo per capire la preziosità non solo di quanto ci ha insegnato Ludovico ma anche, diciamocelo pure francamente, della fertilità del terreno su cui Lui ha lavorato. Di quanto sto per raccontare probabilmente se ne ricorda anche Roberto Paolelli, che era sicuramente presente quel giorno.
Bene, siamo nel giugno del 1969 (avevo la bellezza di 14 anni e mezzo), nella sala delle conferenze della Fiera di Roma, praticamente riempita dalla quasi totalità di aderenti al GAR.
Se ricordate bene, siamo praticamente all’indomani del 12 maggio 1969, il giorno in cui cominciò la rottura con l’archeologia ufficiale, in cui Pallottino pronunciò la fatidica frase “È meglio che scavino i clandestini piuttosto che i volontari!”, il giorno che costituì (a mio modesto parere) l’incipit di tante cose, in cui si fermarono gli scavi e noi ci inventammo la ricognizione archeologica, l’esplorazione sistematica e la catalogazione delle necropoli rupestri (ero nel settore di Tuscania diretto da Vittorio Petrizzi), insomma in cui cominciammo, noi ragazzini, a prenderci carico in prima persona dei beni culturali.
Sul palco della conferenza c’era Ludovico ed altri e ricordo che l’argomento in discussione era naturalmente questo recente clima di ostracismo nei confronti dei volontari. Intervenne al microfono anche Romolo Staccioli cercando di chiarire le posizioni sia del mondo accademico di allora sia della Soprintendenza Archeologica. Applausi, pochi. Poi la replica pacata di Ludovico in cui si proclamava che i Gruppi Archeologici erano disponibili alla piena collaborazione con entrambe le istituzioni, che non c’era contrapposizione di intenti, che eravamo pronti a collaborare, a metterci a disposizione eccetera, eccetera, eccetera. Applausi, un po’ di più.
Subito dopo chiese la parola al microfono un vecchietto dai capelli bianchi, con le mani un po’ tremolanti, vestito con un anonimo completo color grigio topo, il quale raggiunse il podio del microfono aiutandosi con un bastone. Potete immaginarvi cosa ci si aspettava di sentire. Si pensava “Oddio, ho fame, speriamo che non la faccia lunga!”.
Invece il vecchietto, rivolgendosi sorprendentemente non al palco ma alla platea, cioè a noi direttamente, cominciò a declamare con voce alterata dall’ira e lasciando di stucco lo stesso Ludovico: “No, no, no, ragazzi. Voi state sbagliando tutto! Non dovete elemosinare (disse proprio così) la collaborazione dell’Università o della Soprintendenza. Voi dovete fare da soli! Voi dovete fare la RIVOLUZIONE!”
Vi prego di credere che quel vecchietto riuscì a stento a terminare il suo discorso, continuamente interrotto da quelle che gli americani chiamano standing ovations, da applausi fragorosi durati anche 10 minuti di fila, cappelli in aria, cori di apprezzamento, fischi ecc.
Intendiamoci, voglio ben rimarcare quali tempi fossero quelli e che allora eravamo giovani e giovanissimi. Ma soprattutto in questa sede non voglio assolutamente denigrare entrambe le istituzioni ed i meritevoli personaggi che oggi la compongono (sebbene, in quaranta anni di volontariato in archeologia, sapete voi quanti Pallottini giovani e meno giovani ho incontrato, anche in anni recenti? Uhh!).
Tuttavia mi è sempre rimasta una voglia. Quel vecchietto era anziano già allora e sicuramente adesso sarà nei Campi Elisi insieme a Ludovico. Per questo vorrei chiedere a Vico, se mi ascolta, di andarlo a cercare e dirgli per favore da parte mia questo.
Noi abbiamo fatto la rivoluzione!
Senza sbraitare o alzare voci inopportune. Ci siamo fatti carico dei beni culturali del nostro paese senza che nessuno ce lo chiedesse, rimboccandoci le maniche, pagando di tasca nostra tutto, sacrificando tutto il tempo che gli altri giovani dedicano alle discoteche o alle vacanze al mare, consumando fino all’ultima goccia tutto l’entusiasmo che avevamo nei lombi.
E lo abbiamo fatto senza ricavarne il benché minimo guadagno sia venale sia in termini di carriera o di prestigio personale, lo abbiamo fatto con l’umiltà di imparare il più possibile su quello che ci capitava di trovare, tenendo lontano da noi ogni tipo di boria, di arroganza, di prosopopea accademica, di vanità. Lo abbiamo fatto insieme e con spirito di gruppo, senza creare tra di noi barriere o distinzioni di sorta.
Ma soprattutto abbiamo imparato che l’archeologia non è una scienza ma sono delle storie da raccontare e che vanno raccontate; che i beni culturali sono di tutti e tutti ne devono godere ora, adesso e non solo dopo che siano stati pubblicati sulle riviste scientifiche in modo da incrementare i punteggi per i concorsi. Abbiamo imparato a raccontare noi stessi l’archeologia con il linguaggio semplice dei cantastorie ed abbiamo visto lo stupore sulle facce dei bambini e degli adulti che ci ascoltavano e ci capivano.
In pratica, abbiamo fatto la rivoluzione. Punto.
Vico, per favore, vaglielo a dire a quel tizio e, già che ci sei, mandagli i nostri più cordiali saluti.