Un giorno a Montarozzi

di Nicola De Feo

Meravigliosi sono stati per me gli anni passati al GAR per... l’incontenibile emozione del sabato sera in attesa dell’uscita domenicale... la puzza della stanza delle cianografie (come sono sopravvissuto è un mistero!)... i cori sul pullman che ci portava a Bolsena, le pomiciate sullo stesso pullman che ci riportava a Roma... le “anticlandestine” vestiti come l’armata di Brancaleone...le amicizie con i tombaroli... le ricognizioni studiate il venerdì sera sulle tavolette militari... la 500 guidata da Fefè con Ercolino seduto davanti perché dietro eravamo già in tre!... la verginità persa in una tomba di villa Falgari (che fine avrà fatto quella francesina così emancipata?)... l’alba per sentire i canti in latino delle suore di clausura di Tarquina... i campi estivi, quelli di Natale e quelli di Pasqua.

E quel giorno che... passata l’altura scorgemmo a poche decine di metri la terra smossa di un evidente scavo clandestino di una tomba. Raggiungemmo velocemente la zona e senza pensarci due volte, sprezzanti del pericolo, ci infilammo strusciando, come avevamo fatto centinaia di altre volte, nello stretto passaggio che collegava la camera tombale. Tutto ci aspettavamo, qualche coccetto, un assonnato pipistrello, i soliti schifosi “ragni tombali” dalle lunghe zampe, ma quello che illuminammo con le nostre torce fu assolutamente inaspettato: le pareti della camera erano tutte ricoperte da dipinti di bellissima fattura. Danzatrici, uomini su triclini intenti a banchettare, uccelli in volo. Avevamo scoperto una nuova tomba dipinta a poca distanza da quelle famose di Montarozzi! Il caso volle che quella domenica Ludovico era a Tarquinia, e una macchina fu lanciata per avvertirlo della scoperta che avrebbe dato lustro al GAR e riscattato noi umili volontari dai cattivi baroni dell’archeologia ufficiale.

Mi ricordo ancora l’arrivo di Ludovico sbuffante per il campo arato e la difficoltà a farlo passare nel piccolo passaggio della tomba. Il capo vide i dipinti e uno strano sorriso illuminò il suo volto. “Zitti, zitti, adesso il capo parla!”. Infatti lui parlò e con voce sicura disse: “Datemi un piccone!”.

Un attimo di sconcerto. Ma lui sicuro, preso l’attrezzo, cominciò a dare formidabili picconate sui dipinti!!! Aiuto, il capo è impazzito, la futura fama gli ha dato alla testa, si è beccato la sindrome di Stendhal?

Ma la spiegazione, come sempre, era molto più semplice del previsto: “Ma non li avete riconosciuti? Sono gli stessi dipinti delle più famose tombe di Tarquinia! Sono un falso!”.

Eh sì, quei furbacchioni di tombaroli avevano intonacato e poi dipinto una normale tomba etrusca e si apprestavano, in una notte senza luna, a portare l’ingenuo americano di turno per vendergli quei meravigliosi dipinti.

Ancora oggi mi viene la pelle d’oca a pensare che cosa sarebbe successo se Ludovico avesse scambiato delle vere pitture per false. Ma il cielo volle che, nonostante la sua proverbiale miopia, per una volta avesse visto giusto.

Tutto questo è stato per me il GAR: giovinezza, spensieratezza, amicizia, avventura, amori, conoscenza. Sono stato fortunato, grazie Ludovico.

Nicola con Iacopo De Grossi, Alessandro Guidi e Ludovico