Mauro Incitti

di Federico Tron

Mauro

Vorrei parlare direttamente a te, caro Vico, e rammaricarmi su come poteva essere stretto il nostro rapporto e come, invece, è rimasto mai del tutto compreso, anche se negli ultimi anni la tua stima per me era aumentata.

Venivo da Colleferro, e mi sono subito appassionato di archeologia, tanto da mettere immediatamente in pratica dalle mie parti le cose che imparavo frequentando prima il Gruppo Ernico di Anzellotti poi quello Latino di Chiarucci; con Angelo fondammo il Gruppo di Colleferro, poi scelsi definitivamente il GAR, dato che i miei studi erano a Roma, anche se in realtà un po’ provinciale mi sono sempre sentito.

È vero, forse il mio carattere chiuso e taciturno mi impediva di risultare immediatamente simpatico, le mie conoscenze nell’ambito dell’archeologia romana erano troppo collegate agli interminabili cataloghi di cocci di gazzettiana memoria e troppo poco alle alte disquisizioni storico-economiche sul mondo preromano che privilegiavi.

Io mi facevo il “mazzo” sui cocci delle fogne del Colosseo, mentre tu preferivi parlare di transumanze preistoriche con Ercolino, Sandro, Francesco e Anna.

Un giorno ci rimasi molto male quando, irato per una stupidaggine che avevo fatto, mi bollasti con la frase: “che peccato per quelle belle braccia strappate all’agricoltura!”, ma capii anche, sfogandomi subito dopo con Fefè, che quell’espressione doveva essere uno stimolo, mi avresti voluto più vivace, pronto, e da allora mi diedi sempre più da fare…

Infatti, uno dei miei più grandi pregi, o difetti, era la testardaggine e, oltre alle anfore e ai vasi romani, mi dedicai col massimo impegno all’archeologia subacquea, a quella medievale, e iniziai a diventare quasi indispensabile, col mio occhio clinico, quando c’erano dei dubbi sulla tipologia di qualche coccio. Anche tu t’accorgesti del mio impegno, e cominciai a partecipare attivamente anche alle serate gariste, sia a Roma che a Tolfa, sia parlando di archeologia che bevendo e cantando canti, alpini e non. Le estati di solito stavo a Tolfa, ma soprattutto a Ischia di Castro, dove iniziai a farmi apprezzare, sia scientificamente che umanamente.

Ormai ero diventato uno di Voi, e finalmente cominciai a prendere parte (con discrezione) alle famigerate “discussioni” del Magrini, anche se un poco defilato, dato che la timidezza non ero riuscito a vincerla del tutto.

Che belli gli anni ’80! Ero richiesto dalla Soprintendenza, scavai moltissimo, pubblicai altrettanto, poi vinsi le selezioni per un lavoro prestigioso a Pompei, e ci rimasi 2 anni…

Quando non ero fuori, restavo a via Belli fino a tardi, poi ti venivo a trovare a via Tacito e ti raccontavo dei miei lavori, perciò alla fine quanto fui addolorato, caro Vico, quando te ne andasti via così alla chetichella, senza che potessi anche solo prepararmi alla cosa!

Poi, per me, ancora qualche anno di alti e bassi, finché decisi di raggiungerti, e chissà se potremo ancora fare qualche bella discussione, magari con una travolgente cantata finale!