Ricordo di Ludovico Magrini

di Massimo Pennacchioni

Ricordo la prima volta che ho incontrato Ludovico; è stato quando sono andato per la prima volta al GAR, a via Tacito. Entrando, sulla destra, in fondo al corridoio, era posizionata la sala ove si faceva restauro. Fuori dalla porta, la mole di Ludovico stagliata contro il muro, con sulla destra un coccio e sulla sinistra un bisturi, entrambe le mani all’altezza del naso, a pochi centimetri dagli occhi. Una immagine che in breve è diventata familiare: leggeva facendo scorrere la punta del naso sui fogli e quando scriveva a macchina la faccia sprofondava tra i tasti della vecchia Olivetti.

In breve, era “cecato” come una talpa ed ogni sua azione era in funzione del campo visivo disponibile: se gli facevo vedere qualcosa, strizzava gli occhi dietro le spesse lenti dei suoi occhiali, assumeva una faccia assorta ed assentiva col capo. Raramente si esprimeva.

Un giorno mi disse: “ci sono tanti, troppi archeologi in giro, ma nessuno che si occupi della documentazione; il risultato è che si chiacchiera tanto senza offrire l’opportunità di riscontro. Tu sei bravo a disegnare, impegnati in questo, fanne il tuo lavoro”.

Ho fatto del disegno la mia professione: ho documentato di tutto, dai monumenti e città romane ai manufatti in pietra della più antica umanità. Ho anche avuto l’opportunità di insegnare questo argomento all’università e di scrivere un libro. Oggi la documentazione occupa una posizione di primo piano al pari di tante altre attività che un tempo fornivano un non indispensabile supporto alla ricerca archeologica. Le indicazioni di Ludovico sulle possibili strade e sui modi di percorrerle, frutto di riflessioni sulle reali esigenze della moderna scienza archeologica, hanno contribuito a far nascere iniziative che oggi danno i loro frutti ed a me la possibilità di esprimermi. Grazie.