Il mio ricordo di Magrini
di Margarete Kindy Bambas
La mia passione era da sempre l’archeologia. Mio padre, che mi adorava, mi ha sempre assecondato in tutto, tranne che in questo. Ogni volta che ne parlavamo mi diceva “Archäologie ist eine brotlose Kunst” (L’archeologia è un’arte che non dà da vivere) e la sua profonda voce faceva risuonare quella frase come una sentenza. Alla fine mi arresi e mi dedicai interamente alle lingue straniere (l’altra mia grande passione) e dopo la laurea diventai (e lo sono tuttora) traduttrice e interprete.
Ma nel 1971 ebbi un incontro che avrebbe cambiato la mia vita. Alla Fiera di Roma vidi lo stand di un gruppo di volontari che si dedicavano all’archeologia. Parlavano di un campo scuola a Ceri, dove si potevano apprendere i rudimenti dell’archeologia. Mi feci dare l’indirizzo della sede di Roma e fu così che agli inizi di giugno entrai per la prima volta a via Tacito 41. Per primo conobbi Roberto Paolelli (“Tremate, tremate o voi che lo incontrate...”) e poi, piano piano, un po’ tutti gli altri. E sentii per la prima volta il nome di Ludovico Magrini. Non mi ricordo se lo incontrai veramente quel giorno. Ero troppo contenta di aver trovato quello strano mondo parallelo, pieno di attività.
Qualche settimana più tardi partii per il campo scuola di Ceri dove incontrai persone alle quali mi lega tuttora una forte amicizia (tanto che siamo diventati padrini/madrine dei reciproci figli) e l’interesse per l’arte e l’archeologia. Fu un’esperienza bellissima, umana e di apprendimento. Avrei fatto parte del GAR fino al 1979, anno in cui mi sposai con un ex-Garista trasferito per lavoro al Nord. Ho partecipato a campagne di scavi a Ceri, Tarquinia, S. Rossore, alla pulitura della via degli Inferi a Cerveteri, all’esplorazione delle catacombe presso l’acquedotto Felice (un incubo...), al primo scambio con gruppi tedeschi (dove, più che scavare, facevo da interprete) a Tarquinia e in Germania (presso Gelsheim/Würzburg). Ho partecipato all’apertura al pubblico dell’area di Piazza Argentina, del Circo di Massenzio, del Mausoleo di Augusto, del Foro di Cesare.
E su tutto questo mondo attivo, in pieno fermento, fucina di idee, perso in scavi, rilievi, disegni, restauro, regnava Ludovico Magrini. Parlava poco, ma sapeva ridere. Era miope, ‘cecato’, ma vedeva più lontano di noi tutti. Aveva capito bene che la forza del Gruppo Archeologico era l’entusiasmo dei ragazzi, dei più o meno giovani (accanto al ragazzo di 15 anni vi era l’Ing. Moniello, vicino alla pensione, pronto a giocare per l’onore dell’Italia in una memorabile partita di calcio in Germania contro la squadra dei nostri ospiti tedeschi), ma anche il sapersi tenere aggiornato e in contatto con il mondo dell’archeologia. Era riuscito a fare del GAR e dei GAI una realtà visibile e ben accettata dal mondo ufficiale dell’archeologia (mentre scavavamo a Pian della Regina a Tarquinia scoprimmo due tombe villanoviane intatte e vennero dalla Sovrintendenza di Roma ad aprirle ufficialmente, come una festa di inaugurazione). Ho lavorato per un certo periodo con Magrini, come lo chiamavamo, per il GAI, alla Rassegna Stampa. E da Ludovico ho imparato molto.
Ma quello che forse mi è rimasto più impresso di lui è la sua sensibilità. Proprio a Tarquinia, durante il campo scuola, ci invitò ad andare a sentire, nella città immersa nel sonno, il canto del mattutino delle suore (credo di clausura). E nella magia di una notte d’estate, in una città medievale circondata dalla campagna, improvvisamente sembrò che le cicale smettessero di cantare e dal convento, sotto le cui mura annerite dai secoli aspettavamo, risuonò chiaro un campanello, poi una voce cantilenante di donna e l’armonioso aprirsi e chiudersi di domande e risposte cantate. Fino a quel momento avevo sempre pensato che la clausura fosse una terribile condanna, ma in quel gioioso rispondersi e cercarsi delle voci capii che c’era qualcosa di più profondo. E questo Ludovico Magrini lo sapeva e aveva voluto farci partecipi di quell’arcano segreto.