Testimonianza

di Gian Piero Orsingher

Caro Ludovico,

era l’agosto del 1986 quando, nel “mitico” Convento di Tolfa, ti incontrai per la prima volta: venivi da Roma per tenere delle conferenze di archeologia a noi partecipanti al campo estivo, impegnati nella ripulitura delle Tombe del Comune a Cerveteri.

Da qualche parte, a casa, ho ancora gli appunti sul tuo ragionamento relativo a Nanas-Enea, e scoprire che Enea nasconde la parola “marinaio”; in quegli appunti ho scritto quelle parole divenute familiari per tutti quelli che, come me, ti ascoltarono in più occasioni: “Pecore, transumanza, sale”.

Per me, allora giovane studente di archeologia (avevo sostenuto i primi due esami), quelle parole risuonarono come un paterno richiamo all’uso logico della curiosità, all’acquisizione critica delle teorie “imposte” dal mondo accademico, alla necessità di tenere sempre presente che ogni oggetto venuto alla luce, ogni traccia del passato, ha avuto una sua vita ed una sua funzione che, attraversando i secoli, comunicano i sentimenti, le debolezze, le sensazioni dei nostri antenati.

Ma il primo vero incontro, più intenso, fu determinato dalla ripulitura dell’area sacra di Largo di Torre Argentina a Roma. Era l’inverno del 1987: quei 1500 sacchi di immondizia portati via per aprire al pubblico l’area sacra e quei 50000 visitatori in poco meno di sei mesi (tanto durò quell’iniziativa) rappresentarono un altro importante tassello nella mia coscienza di cittadino e di studente di archeologia.

Dopo qualche “canonica” telefonata per sostituirti nelle lezioni ai nuovi soci iscritti al praticantato, arrivò il giorno del “grande confronto” nella tua stanza di Via Tacito. Argomento: gli Etruschi, dal momento che all’indomani avrei sostenuto la prima annualità. Seduto di fronte a te tra pacchi di Archeologia ancora da piegare e spedire, iniziai a leggere e rendere in italiano le epigrafi previste dal corso.

Ho vaghi ricordi e, purtroppo, ho quasi del tutto dimenticato la tua versione delle lamine di Pyrgi, ma rammento che la tua traduzione non aveva esitazioni, ad iniziare dalle prime due parole… ita tmia. In modo “ortodosso” riportai l’interpretazione accademica: “Questo santuario”, ma tu osservasti che considerare tmia “tempio, santuario” contraddice la presunta non appartenenza della lingua etrusca al ceppo indoeuropeo.

Se l’etrusco, infatti, non ha niente a che vedere con il greco o il latino, perché un termine così importante e centrale dovrebbe essere accomunato alla radice tm-tem da cui temenos in greco o templum in latino?

Il santuario, inoltre, già esisteva nel momento della dedica: l’oggetto offerto, quindi deve essere un altro, certamente di alto valore e di notevole prestigio. Quale, se non la stessa lamina d’oro su cui è incisa l’epigrafe?

Probabilmente non sapremo mai il vero significato di tmia, ma di certo la tua autonomia nell’impostare il ragionamento con lo scopo di ricostruire la vita quotidiana del passato (Etruschi o altre civiltà diventava un aspetto secondario) ha fornito, a noi giovani studenti di venti anni fa, un valido esempio nell’approccio a questa appassionante disciplina.

Nel 1989, grazie ad uno scambio culturale con l’Università di Vienna, mi si presentò l’occasione non solo di uno scavo all’estero (la città romana di Carnuntum, capitale della Pannonia Superior) ma anche di diffondere i principi fondamentali dei GA: un gruppo di studenti austriaci si attivò, qualcuno di loro partecipò ai nostri campi estivi e ti incontrò a Roma e diede vita a Vienna ad un’associazione ispirata a quegli stessi principi di tutela e valorizzazione che hanno sempre contraddistinto i GA. Da lì a poco venne sottoscritto al Campidoglio l’atto costitutivo del Forum Europeo: mentre stava per crollare il muro di Berlino, questo importante accordo internazionale sanciva la validità delle tue idee sui beni culturali e sulla funzione dei cittadini in proposito.

Potrei dilungarmi menzionando ancora altre esperienze vissute con te, ma reputo sufficiente citare gli sforzi, fatti insieme ad altri “personaggi” che hanno popolato le sedi di Roma, per avviare le sezioni di Tuscania e di Ostia, o la ripulitura della necropoli etrusca e dell’abitato medievale della Riserva del Ferrone, una delle tante piccole “perle” da inserire nell’Archeodromo dei Monti della Tolfa.

Poi quel brutto scherzo che ci hai fatto l’8 novembre 1991. Non so nemmeno come, ma mi ritrovai con altri cinque a portare il feretro a spalla giù, lungo le scale; in macchina, via fino alla tua Tarquinia “dove non piove mai”.

Grazie al tuo indomito spirito maremmano hanno preso forma i GA, dove ho conosciuto persone e filosofie di vita che hanno contribuito alla mia formazione di uomo prima che di archeologo.

Grazie, Ludovico, per la fatica che ci hai fatto fare; grazie per le tante battaglie, spesso lotte contro i mulini a vento; grazie per tutte le volte che siamo ripartiti, sempre più impolverati e sempre più sudati; grazie per le vittorie, non sempre eclatanti o decisive, ma importanti gocce nel mare.

Un abbraccio.