A Tarquinia con Vico

di Flavio Enei

Era in dicembre ma la giornata stupenda si rivelò fin dalla prima mattina quando con Laura e Fabio passammo a prenderlo sotto casa per recarci a Tarquinia.

Mi aveva convinto che l’Archeodromo Tarquiniese, collegato a quello dei Monti della Tolfa, poteva essere una realtà quasi a portata di mano e aveva voluto mostrarmelo direttamente sul terreno.

Vico era lì, ci apparve sotto il portone di casa, occhiali sul naso, fermo presso il limite del marciapiede con il suo tipico atteggiamento posato, quasi distaccato dalla realtà, assorto nei pensieri. Breve sosta in doppia fila, saluti, battute sulla puntualità e via verso Tarquinia.

Così iniziò una delle più belle giornate che io ricordi tra quelle trascorse con lui.

Eravamo tutti contenti, noi perché finalmente avevamo l’onore di visitare Tarquinia con una guida d’eccezione, lui perché aveva una nuova occasione di uscire sul campo per trasmettere a qualcuno il suo entusiasmo e il grande amore che aveva per la sua città.

Attraversato l’ager Caeretanus siamo ormai in terra tarquiniese, ci fermiamo all’autogrill per comperare i giornali e fare colazione; un caffè bevuto mentre il mondo è in armi nel Golfo e ancora via verso la “città delle torri” che già svettano sul mare.

Tarquinia ci accoglie con un bel sole e iniziamo subito il giro di quello che potrebbe diventare l’Archeodromo Tarquiniese.

L’operazione è possibile: creare degli itinerari di visita nella città e nel territorio iniziando a valorizzare un enorme patrimonio finora in larga parte abbandonato a se stesso, alla speculazione, al degrado e al saccheggio dei clandestini.

Vico racconta, spiega per filo e per segno ogni angolo della sua terra, ogni frammento di passate realtà che attraverso le sue parole improvvisamente rivivono nella nostra fantasia. Considerazioni sulle possibilità di sviluppo legate alla valorizzazione del patrimonio storico-archeologico e accese discussioni sulla sua storia locale, ancora in larga parte da scrivere, ci conducono fino alla “mitica” Fontana Antica. È in quel posto che secondo lui è realmente iniziata la storia dei Gruppi Archeologici, è nel recupero di quel monumento che la coscienza civica si è risvegliata dando il via ad un’idea diversa, più democratica, di gestione dei beni culturali. Ludovico parla con Laura e Fabio dell’esplorazione dei cunicoli, del tesoretto di monete ritrovato, dell’incontro con Borrini... In quella fontana c’è rimasto un bel pezzo del suo cuore, ma mentre ne parla mi distraggo, penso a lui decenni fa senza barba e con la pala in mano, alla sua illimitata capacità di comunicare e di coinvolgere le persone, al tempo trascorso inseguendo un’idea.

Mentre racconta gli occhi gli brillano, sento di essere stato fortunato ad incontrarlo, le nostre menti scorrazzano tra passato e futuro e ci ritroviamo improvvisamente liberi, fuori dal tempo.

Il giro prosegue: la strada che da Corneto scendeva alla fontana, le cave etrusche, la necropoli del fondo Scataglini, il tumulo dell’Infernaccio, un intero quartiere medievale sepolto, demolito nel XIV secolo, i tumuli della Doganaccia... fotogrammi di un film, immagini di una giornata solare, semplice e indimenticabile.

Quel giorno a Tarquinia scoprii un Ludovico diverso da quello di via Tacito, lo conoscevo da quindici anni ma non avevo mai girato con lui nei suoi posti, nelle strade dove aveva giocato da piccolo e dove aveva iniziato a formare le sue idee, vicino a quello che chiamava “il muro del pianto”, luogo di ritrovo e di assemblee giovanili. Una frase ricorrente: «La prima cosa da fare è rimettere in piedi il Gruppo a Tarquinia... solo così potremo costruire l’Archeodromo...» e via dicendo. Eravamo seduti, finalmente, al tavolo di un ristorantino nel centro del paese e sciolta ancora più la lingua con un goccetto di vinello locale si fecero grandi progetti e si discusse animatamente del GA Romano e ancora delle possibilità di sviluppo legate alla valorizzazione dei nostri beni culturali.

Volle infine mostrarmi quella che chiamò la “Via degli Inferi di Tarquinia”, la grande tagliata dei Monterozzi che già immaginava compresa nell’itinerario, ripulita e visitata da centinaia di persone. Dati i miei precedenti con la Via degli Inferi cerite, credo che il nome l’abbia coniato appositamente per stimolare il mio inconscio dovendomi “coinvolgere” nella progettata operazione di recupero.

Scherzosamente gli feci presente che di questo passo, a forza di ripulire strade, il GAR rischiava di fare concorrenza all’Anas, lui aggiunse un’altra battuta e ci regalò una di quelle sue famose risate così maledettamente “maremmane”, di quelle che non potevano non farti ridere ancora di più.

Quindi la giornata volò via in un soffio e ci ritrovammo alla sera stanchi senza essercene accorti. Sulla strada del ritorno, mentre sul vetro scorrevano le luci di Civitavecchia e si chiacchierava del più e del meno, ci accorgemmo con tenerezza che si era addormentato.