Testimonianza
Quando, ancora “pischello” (ragazzo) cominciai a frequentare la sede di via Tacito, la presenza di Ludovico aleggiava in tutte le stanze e, pur non essendo molto alto, mi sembrava quasi un gigante: lento, silenzioso, appariva all’improvviso, chiedeva qualcosa, poi si rituffava dietro quel cumulo di scartoffie che ricoprivano la sua scrivania.
Piano piano mi accorsi che il “capo” un gigante lo era davvero, ma non di statura, bensì di intelligenza, comprensione, prontezza nell’inquadrare i problemi e trovarne la soluzione, anche se decisamente aveva alcune delle caratteristiche dell’orco delle fiabe, come la barba o come quando rideva: una risata piena, cupa, modulata, di gola, al suono della quale un bimbo fantasioso avrebbe facilmente immaginato successive parole come “adesso vi mangioooo!”, tipo racconto dei fratelli Grimm.
Un’altra sua caratteristica era lo strascicare certe parole, come “Etrussscccchi” “Falisssccci”, ma lo faceva soprattutto quando si infervorava nella discussione e si lasciava trascinare in una dialettica che lo coinvolgeva particolarmente, cioè sempre se il dibattito riguardava le popolazioni antiche.
La particolarità di Ludovico che lentamente cominciai a comprendere e ad apprezzare maggiormente era la sua grande capacità di adattarsi al suo interlocutore, sia stato esso “pecoraio” o professore universitario; Vico infatti riusciva a comunicare con una facilità incredibile e, pur avendo una grande cultura, non ne abusava, anzi sapeva adattarsi e metteva a proprio agio chiunque comunicasse con lui. Tutti coloro con cui dialogava lo riconoscevano vicino, partecipe, fossero stati vecchi tromboni o giovani universitari, casalinghe irrequiete o studenti politicizzati, parigini o tolfetani, e sentendosi a proprio agio si aprivano, tiravano fuori idee e conoscenze.
Una volta restai meravigliato della facilità con cui il “boss” riuscì a fare partecipe una scolaresca di trenta piccole pesti di una scuola elementare, su un argomento come “i popoli preromani”: cominciò a individuare i più vivaci e li affascinò chiamandoli con i loro nomi etruschizzati, poi coinvolse i bambini in una sorta di gioco ricostruttivo della vita di 2500 anni fa, ed alla fine io che lo accompagnavo e le maestre presenti constatammo con sorpresa che erano passati quasi 100 minuti e gli alunni continuavano a fare domande!
Il grande fascino di Ludovico su di noi era proprio questo: coinvolgerti, farti sentire importante anche se dovevi solo andare a spostare un pulmino da Roma a Cerveteri.
Ricordo che un giorno mi chiamò al telefono, era pomeriggio inoltrato e mi offrì di andare con lui a prendere un ottimo caffè, ma non al solito bar di piazza Cavour, in un altro posto…
Senza pensarci troppo presi la macchina e arrivai a via Tacito, lui mi aspettava davanti al portone, salì e mi disse subito: “prendi l’autostrada, che dobbiamo andare a Caserta” io lo guardai stupito e lui fece solo: “siamo vicino a Napoli, no? Vuoi che il caffè non sia ottimo?”.
Il grande affabulatore dava il meglio di se stesso quando la sera si metteva a parlare con i pochi intimi che restavano soprattutto per quei momenti: fioccavano allora le discussioni su archeologia, storia, politica, strategia, lingue antiche, ecc. Lui parlava di tutti questi argomenti con una proprietà ed una competenza notevoli, ma rispettava i pensieri degli altri, ci stimolava ad esprimere opinioni ed ipotesi, non era mai invadente o impositivo, anche se spesso riusciva a portarci verso le sue tesi.
Non era molto espansivo, anzi, usava poco il contatto, non era uso a scambiare frequentemente strette di mano, pacche o scappellotti di amicizia o incoraggiamento. Proprio per questo finché vivo ricorderò un episodio (per me) eccezionale: il giorno che mi laureai in archeologia, corsi al GAR per avvertirlo; infatti, oltre che con i miei stretti familiari, dovevo necessariamente condividere con Vico la mia gioia, per una tesi che lui (con discrezione ma con partecipazione) aveva seguito molto.
Ricordo che salii di corsa i due piani e lo incontrai nel corridoio, che attraversava leggendo dei fogli che aveva in mano; quando mi vide mi disse solo: “fatto?” “Sì – risposi – alla grande!”. Allora, senza dire niente, si avvicinò e mi abbracciò, stretto, come non aveva mai fatto, e mi sussurrò all’orecchio: “bravo! Sono molto contento”, poi si staccò, fece qualche passo e mi chiese: “allora sei libero per il campo di Pasqua, no?”.
Uno dei migliori divertimenti di Ludovico era coinvolgerci in serate canterine, soprattutto a Tolfa. Attorno ai tavoloni, con un po’ di vinaccio a scaldarci, cominciavamo un repertorio molto curioso, eterogeneo, in cui confluivano canzonacce da osteria, musica tradizionale, canti alpini e le immancabili canzoni del Gruppo, come l’inno “Venuti da lontano”.
Lui intonava col suo vocione tutte le strofe, a volte batteva il ritmo con le mani, ed era formidabile vedere quel gruppo così composito, formato da trentenni di belle speranze, vecchi garisti ormai più o meno stimati professionisti, ma anche molti ragazzi giovanissimi delle ultime leve, cantare a squarciagola motivi così desueti e particolari, che si levavano intensi nella notte tolfetana, almeno sino alla caduta sotto il tavolo di un ciucco Mammini o all’arrivo furibondo di una Delia assonnata.
Negli ultimi anni, il lavoro mi aveva separato dal Gruppo, non potevo più frequentarlo come prima, ma avevo la fiducia o anche la certezza di sapere che, se la sera mi fossi affacciato da quelle parti, avrei trovato sempre Ludovico alla sua scrivania, pronto ad accogliermi, a parlare con me di qualsiasi argomento, o anche solo ad ascoltare qualche mio sfogo.
Questa sicurezza purtroppo si dissolse la sera dell’8 novembre del 1991, e quel giorno mi accorsi di avere perso con lui non solo un punto di riferimento, un capo, un amico, un padre o un fratello, ma anche la sicurezza dei miei verdi anni, e da quel momento sarei dovuto andare avanti ancora maggiormente da solo, con un vuoto nel cuore che non si sarebbe mai più colmato.