Testimonianza
Non ho al momento grandi memorie nella mente riguardanti Ludovico Magrini, se non una vasta memoria affettiva. Quindi nel cuore. Ed è da lì che vorrei partire sapendo che questo tipo di memoria mescola tutto in un grande calderone.
Provo allora a fare un po’ d’ordine.
Io sono entrato nel GAR verso i 17 anni e quindi parlo del 1974/1975, circa 30 anni fa (ahimè). Vico era lì e né allora né oggi so da quanto tempo ci stesse.
Premurosamente accudito da Delia (sì, la Scarfoglio), sempre nella stanza di centro, sempre dietro la scrivania, con l’immancabile gomma americana masticata con i denti davanti, la camicia militare grigia o al massimo grigioverde, c’era lui: Ludovico, detto anche Vico.
Aprile 1976, ultimo anno di liceo e primo vero terremoto dopo quello del Belice. Tempo due giorni e si era già su. Gemona, Trasaghis, Osoppo, Udine. Tempo cinque giorni e la sede di via Tacito era piena di vestiti, pasta, pomodoro e tonno in scatola, valanghe di Simmenthal e latte condensato, insomma tutto quello che oggi, con discrete difficoltà, riesce a mettere in piedi, in un mese, una colonna mobile regionale. E lui, sornione: - ho fatto solo qualche telefonata...
Vico sapeva sempre come prenderti ed era capace di farti sentire estremamente importante, anche se eri una mezza calzetta e stavi al GAR da poco più di un anno.
Io naturalmente volevo partire con i primi. Mi fece capire che ero più importante lì. E passai i giorni che mi separavano dalla partenza al telefono a parlare con varie aziende perché ci continuassero a inviare vettovaglie per consentirci di restare in Friuli. E le aziende, per magia, continuavano a inondare (con relativo rischio di crollo) la nostra traballante sede.
Quell’aprile Vico riuscì, sicuramente con il lavoro di tanti altri, ma soprattutto con la sua determinazione, a mettere in piedi una gioiosa macchina di soccorso. Riuscì a far camminare i furgoni, a farci viaggiare gratis (o quasi) con Alitalia da Roma a Ronchi dei Legionari. Forse riuscì anche a far fare una grappa decente a Jack dal Secco. Riuscì a farci arrivare (misteriosamente ma terribilmente in tempo, ovvero prima che ci prendessero per sciacalli) dei tesserini muniti di foto con allegato lasciapassare con sopra scritto: Nucleo Tutela Patrimonio Artistico (TPA): fateli passà! E ci facevano passare! Tutti, indistintamente. Anche la Finanza. Noi, Brancaleoni postmoderni, con i nostri furgoni sgangherati che stavano in piedi forse anche grazie alle gomme americane copiosamente fornite da Vico stesso, giravamo per il Friuli terremotato a salvare il salvabile. E, oltre a farci passare, ci ascoltavano pure.
In fondo lo dobbiamo anche a lui se, oltre alle tante altre cose che siamo riusciti a fare lassù, abbiamo recuperato a Gemona il tesoro del Duomo, la biblioteca, il crocefisso di una chiesa.
Di sicuro Vico non c’entra con il coraggioso recupero, nella cantina pericolante del parroco di non so dove, di alcune cassette di tocai e merlot. Ad Antonio Borrini, invece, i nostri sentiti ringraziamenti.
È di quel periodo il primo ricordo importante. Noi che smaniavamo di partire, di fare gli eroi, di renderci utili, di fare sega a scuola, di sentirci importanti. E lui lì, incollato alla scrivania, a governare, senza mai smaniare, apparentemente, come smaniavamo noi di essere in prima linea. La sua prima linea era là. Via Tacito, 41 - Roma. Devo dire che lo ammiravo enormemente, per questa sua capacità.
Ecco, magari si poteva dire qualcosa sul suo buzzo per gli affari. Quello che ricordo spesso di quel periodo era la cronica mancanza di soldi. Di gruppo, oltre che personale. Evidentemente per arginare il problema, mi aveva messo a fare una specie di campagna soci. E io buono buono passavo diverse mattine a fare telefonate a presidi, a prendere appuntamenti con insegnanti e ad andarmene in tutte le scuole di Roma a fare delle piccole conferenze nelle classi. Devo dire, non so con che esito... Già, era l’epoca dei risparmi...
Poi, un anno mi dice: - questa estate vai a Ischia di Castro a fare il coco - IL COOCOO? - Già. Mi gestisci il campo, cucini, pulisci e fai i letti. Ma soprattutto devi spendere poco.
Io che già all’epoca non navigavo in acque economicamente tranquille (ma come cazzo l’aveva capito? Forse perché non ero mai in regola con la quota associativa?) dissi va bene! E parto con lo stesso Transit verde sul quale un paio di solerti cacciatori, scambiandomi per un tordo a bassa quota (ero più magro allora...), un pomeriggio di ottobre in quel di Rieti mi avevano impallinato la faccia, che ancora oggi se passo all’aeroporto il metal detector suona.
Insomma, da apprendista archeologo a presunto “coco”. Ma accetto la sfida: compro la carne all’ingrosso, faccio acquisti alla Metro, compro addirittura un congelatore e mi improvviso macellaio (dopo due brevi ripetizioni dal grossista).
Va bene: per i vaffanculo sulla qualità e quantità delle mie porzioni ancora dormo male la notte, però riuscii a risparmiare talmente tanti soldi che Vico non voleva crederci.
Mi diceva: - hai sbagliato, non è possibile! Eppure nessuno era morto avvelenato, magari qualcuno era pure dimagrito (no, non Ruggero), forse mancavano un paio di mille lire, ma i conti tornarono. E lui manco grazie mi disse.
Poi ci furono Tolfa, i campi scuola, e poi il nuovo terremoto in Basilicata, con la mia 1100 grigio topo attrezzata di baracchino in quel di Eboli da uno del clan dei Farricella.
Lì fu diverso che in Friuli. C’erano le colonne mobili regionali, c’era l’esercito. Facevano tanto bene il loro lavoro che, credo fosse Flavio Atturo, mi presentò a un colonnello come il miglior cartografo sulla piazza. Loro non sapevano nemmeno leggere una IGM a 25.000 né tanto meno una a 10.000 e io che al massimo sapevo localizzare la faggeta in cima al Cimino feci lo sguardo di chi SA. Tutto dire! Ecco un altro insegnamento. Ai miei occhi Vico non si spacciava mai per quello che non era. Io lo facevo, all’epoca, con una certa regolarità. Eppure, anche in quella situazione di apparente abbandono, sapevi che a Roma c’era lui. E se avevi bisogno, se non poteva darti esattamente quello che chiedevi e, naturalmente, se capiva di non poterti mandare a quel paese, trovava il modo di aiutarti.
La cosa fantastica di Vico è che c’era sempre. Se non lo trovavi dietro la scrivania, in genere intorno alle 14,00, al massimo aspettavi qualche minuto e dopo un ben riconoscibile rumore proveniente in fondo a destra del corridoio, riappariva, rilassato e dimagrito. Col suo giornale e la gomma, rigorosamente tenuta dai denti davanti.
E in quel suo esserci sempre, c’era anche quel suo modo di dirti le cose. Come, per esempio, quando mi disse di andarmene da Tolfa perché ero incompatibile con Stefano Mammini.
Per me fu un colpo terribile. Ma devo dire che servì egregiamente a darmi una ridimensionata. Davanti ai suoi sistemi di comunicazione diplomatica, io dovevo apparire come la rana dalla bocca larga dopo un’operazione di rinforzo alle corde vocali.
Il bello era che poi trovava sempre il modo di recuperare la relazione. Come accadde quando mise me e Ruggero a fare le selezioni (come il grande fratello) a Pian della Conserva per dei nuovi volontari che volevano andare in Basilicata o fare il servizio civile da noi, non ricordo.
Due piccioni con una fava. Chi resisteva a un weekend tra zappone e i panini al tonno di Zì Teresa veniva preso; gli altri a casa. Nel frattempo la tagliata di Pian della Conserva avanzava... (furbo eh?)
Non ho una buona memoria, anche se scrivendo mi sta ritornando. Ma non voglio eccedere.
L’ultima cosa che mi viene da dire è che Vico sembrava fare esattamente quello per cui, secondo me, il buon dio l’aveva messo su questa terra a fare.
Oggi mi rendo conto di quanto poco lo conoscessi, di quanto poco sapessi di lui, del suo passato, di cosa avesse fatto prima di venire a fare il lucumone al GAR.
Ma qualunque sia stato il suo passato, nei marines o in parrocchia, una cosa mi sapeva trasmettere: la capacità di reggere. Me lo ricordo infatti di una tenacia senza uguali (credo si chiami tigna), mastino fino al midollo, a fronteggiare sul versante interno come su quello esterno, personaggini e situazioni di tutto rispetto.
Tenacia che secondo me passava non nelle sue parole, ma nel suo modo di esserci. Ecco, se posso usare un termine un po’ improprio, lui più che esserci, STAVA.
Io non ero all’epoca, né sono diventato oggi un archeologo. Quindi non so professionalmente come abbia agito, che scelte giuste o sbagliate abbia fatto, o come si sia mosso politicamente parlando. So solo che c’era. Per noi e per tutti quelli come noi che mettevano in quello che facevano una passione, al limite dell’incauto ma sicuramente molto più sana di quella dimostrata verso le donne, il fumo o il vino.
Forse agli archeologi di oggi si accapponerebbe la pelle nel vedere non tanto cosa abbiamo fatto, ma quanto come lo abbiamo fatto.
Credo infatti che a nessuno oggi verrebbe, come è venuto a noi, di passare la notte di un ferragosto, armati unicamente di una mortadella decisamente avariata, sul furgone Fiat 1100 della Teti a far da bada a delle tombe appena scoperte, sopra Capodimonte sul lago di Bolsena.
Così come credo che a nessuno oggi verrebbe di dedicare in quel modo, con quella totalità, quella dedizione assoluta la propria vita al volontariato per l’archeologia. Certo, la nostra, la mia all’epoca, non era l’archeologia universitaria. Forse assomigliava di più a quella di Indiana Jones: quella delle ricognizioni dopo un attento studio sui toponimi, quella degli scavi preistorici (addio Mimmo e Augusta, amici cari!), quella degli scavi etruschi e romani, quella delle fotografie aeree col palloncino e il filo, quella delle notti passate a disegnare cocci perché domani si deve aprire la mostra al chiostro di Bagnaia.
Come ho già detto, io non sono diventato archeologo. E sebbene nel mio mestiere di psicoterapeuta si tenda a fare un po’ di archeologia dell’anima, non posso a tutti gli effetti essere riconoscente a Vico dal punto di vista accademico.
Ma ho ben altri tipi di riconoscenza da mostrargli, per tutti i regali che direttamente ma soprattutto indirettamente mi ha fatto. Alcuni li riporto, altri, scusatemi, preferisco tenermeli per me.
Il più grande regalo di Vico è stato quello di circondarsi di persone meravigliose, che l’hanno amato e che ancora oggi lo amano. Le stesse persone che, anche se con modificate forme, riescono a guardare il mondo con gli stessi occhi meravigliati di allora. Tutti gli altri sono dei dettagli: Il sorriso, i gesti semplici delle sue mani dalle dita affusolate, il suo modo di porsi e l’incredibile capacità di far sentire tutti all’altezza, di tirare fuori il meglio di ciascuno, di riuscire a farti fare quello che sapevi fare un po’ meglio e di farti diventare bravo.
Devo fermarmi nonostante, via via che scrivo, la memoria si riaccenda e vengano fuori nomi, fatti, storie che mi spingerebbero a scrivere ancora per ore.
In fondo credo che questo sia il suo ultimo regalo: ridarmi una memoria che, se non avessi avuto questa opportunità di scrivere di lui, forse avrei perduto per sempre. Un’altra ragione per dirgli quel grazie che all’epoca, per gioventù, sbadataggine o fretta, non ho avuto modo di dirgli.