Vico

di Federico Del Prete

Federico a Tolfa nel 1981

La prima cosa: Franco che racconta la paura di un gatto visto volare a pochi centimetri dalla faccia, le unghie aperte. Il gatto era rimasto a curiosare nel chiostro finché, sorpreso da qualcuno, attira l’attenzione di maldestri battitori, che finiscono per esasperarlo. Il balzo disperato è per sfuggire, verso la luce del cortile e contro l’ignaro Franco.

Nella legnaia Fabio trova un ghiro, anzi i bambini di una delle settimane del Comune, chissà. Fabio lo prende in uno straccio e così lo espone al pubblico. I bambini finalmente si spiegano l’associazione tra l’animale e il dormire, anche se in quel momento il poveretto ha gli occhi spalancati. Lo guardo, cerco di capire qualcosa di lui. Indosso di certo un paio di jeans e una maglietta con una scritta americana, che adesso non indosserei mai.

Un altro giorno, un altro sole, un’altra luce: c’è un gran ronzio davanti alla direzione. La direzione è una camera buia, con delle biblioteche dai vetri piombati che sembrano quelle di mio nonno. Poi c’è la cassaforte, il Fort Knox del convento, con le cose preziose di Pian Conserva. Ronzio e colpi cavi, come di una scatola che rimbalzi sul muro. In terra, il cervo volante mi guarda con occhi composti. Mi piace prendere in mano gli insetti nobili. Soppeso il mio ospite e infilo un bel dito tra le mandibole, così. Coglione! Rimango per un po’ a urlare con lui attaccato che stringe. Eccome! L’ultimo scossone lo fa volare via, e a qualcosa servo, finalmente.

Un’altra mattina dietro una zolla c’è una vipera. La vedo, avvolta su se stessa, le squame iridescenti nella canicola. La guardano anche gli altri in silenzio. Poi c’è quello che pungola, e il serpente va via.

Subito fuori, giù dalle scale che nel mio pensare iperbolico vedo vanvitelliane, c’è il garage degli attrezzi con la serranda smangiata come il sorriso di un pensionato povero. La ruggine si è mangiata tutta la parte bassa e devo appoggiare piano le mani per stringere, poi tirare su senza farmi male. C’è la motocicletta, da giovane dorato, usata per le ricognizioni, altro che Carrettone. Ma adesso è notte, e devo andare a Roma a rinnovare il passaporto, o qualcosa del genere. Mi vesto pesante, non vedo l’ora di mettermi in moto. L’aria è bellissima, ed io mi affido al rumore del motore. Ad una curva stretta vicino Rota un barbagianni quasi mi sbatte le ali sulla visiera, che paura io e che paura anche lui.

Nell’ufficio dell’ambasciata c’è un signore che mi guarda. Esamina il mio passaporto con aria grave. Sto scappando, pare. Tutto, infatti, suggerirebbe una fuga. La conversazione è silenziosa, il signore ci ha detto che anche i muri lavorano per la Securitate. Comunque, dice, fate come vi pare. E noi facciamo. Ventiquattro ore dopo ci fanno scendere dal treno a cavallo di un valico transilvano, con un gran freddo e la polmonite di Francesca che protesta. Una vecchina tolta di peso da una fiaba tira fuori lardo, peperoni crudi e caffè. Il vagone che ci offre riparo ha i vetri rotti e parte tra tre ore e mezzo. Francesca ha la febbre. Ce la caveremo senz’altro, e per quanto possibile cerco anche di spassarmela. Intanto, c’è da abituarsi a come tutto cambi velocità, capire chi siamo: intanto c’è da bere il caffé. Il lardo ha le setole attaccate ed è croccante per il freddo. Mi torna in mente il vagone ristorante di ora di pranzo, con il tavolino di legno avvitato sul pavimento e la fettina di manzo in padella sincrona all’odore di cottura. Appena fa mattina il vagone si riempie di contadini e scopriamo come il treno sia diesel, cosa che fa un po’ arrabbiare i bronchi; il vetro rotto è amico del fumo di nafta. Poi troviamo asini e carretti, passaggi in macchina, pezzi a piedi accompagnati da impavidi chiacchieroni di cui non conosceremo mai gli argomenti. Le diverse tappe allungano moltissimo i pochi chilometri che dobbiamo fare. Le provviste della vecchina stanno per finire. Dove passeremo la frontiera ci chiedono fotografie. Strappiamo via documenti di identità, smarrite. Scattiamo anche delle fotografie, per esorcizzare il momento.

Vedete, possiamo fotografare, è solo che abbiamo difficoltà a darvi degli esempi subito, vorremmo dire ai poliziotti. Passando per Vienna compriamo una sacher, un po’ come trofeo del viaggio e un po’ in ossequio al noto regista. La torta finisce poi nel frigorifero del bar, dove resterà per un qualche tempo in attesa di Stefano, mi pare.

Lo scavo della Selvicciola

E, durante quest’attesa, eccomi finalmente in direzione. Indosso una camicia con una strana abbottonatura, persa nel tempo; sia l’abbottonatura che la camicia. Fumo. Fuma anche Vico. Ha uno strano modo di tenere la sigaretta. Ha queste dita michelangiolesche, le falangi torte, fatte apposta per accogliere quel cilindretto di carta. EmmeEsse. I polpastrelli finiscono sempre per toccare l’attaccatura dei capelli e la fronte aggrottata in mezzo alle volute di fumo. Un gioco di misurati contatti tra occhiali, sigaretta, falangi, fronte, ciocche di capelli. Poi ci sono Alessandro e Andrea, apostoli avvocati, con i loro sorrisi di giovani uomini in salute. Ruggero, con la sua valigetta dei misteri e la panza, il baffo sornione. Tre fumatori contro due. Da qualche parte ci sono anche il gatto, il barbagianni; ecco il cervo volante, il serpente, messi lì come testimoni. Forse anche la motocicletta e la sacher, a rappresentare il mondo degli oggetti inanimati con qualche palla da biliardo. Tutto viene evocato, soppesato, chiarito e circostanziato. A dirla tutta, a Vico girano le palle. Pare che io abbia scatenato un bel casino. Mio padre, che lavora per l’industria bellica, ha scatenato la rete di informazione dell’azienda per chiarire a sua volta. I dati vengono incrociati, le figure di merda adeguatamente soppesate. Per fortuna ho ottimi avvocati, i migliori. Vico sa come fare. Mi dice due cose due, rapide. Io rimango un po’ così, come un pugile beffato. Vico capisce, ride. Va tutto bene. Andiamo a mangiare quella torta, ma no, che si aspetta Stefano, andiamo invece a giocare a boccette, torniamo a giocare con le nostre vite, scordati pure il blocco comunista. Sì, ma come?

Da un’altra parte adesso, di notte. C’è una porta di ferro verniciata di marrone, siamo vestiti con panni puliti perché la giornata è finita e l’aria è dolce. Ognuno veste i colori della sua anima, c’è buon umore, voci amiche. Oltre la porta si scende giù in basso, finché l’aria cambia odore, diventa fredda, fino ad una stanza. Illuminata da lampade a petrolio, una tavola imbandita per noi. Chi ci ospitava? La mattina ho bevuto benzina per errore. Ho chiesto a Cecilia del latte per ammortizzare gli idrocarburi. Adesso bevo vino e mangio baccalà, olive, pane, melanzane sott’olio. Si canta qualcosa. C’è un suono primordiale in quel sottoterra pieno di botti panciute, la radioattività del tufo. L’aria si oscura per le sigarette. Ubriachi prima, ubriachi ora? In un angolo della mia memoria il serpente avvolge una spira dopo l’altra.

Altro ancora. Sono alla testa di una torma di ragazzini. Forzo il passo per arrivare su a S. Giovenale in tempo per affacciarmi sul fiume. Cosa dico a quei ragazzi? Chi mi ha insegnato quelle cose? Che autorità rappresento, e perché? Sembro convincere. Spremere dai sassi le verità nascoste. Leccali, quei sassi. Falli ballare. Gli occhi dei ragazzini mi fanno la TAC. Mentre parlo, esaminano le vertebre, sollevano strati di tessuti, muscoli. Adesso sono nudo. Gli Etruschi. Fatevi avanti, ghiro ronfante, gatto che urla, chiedi, fai la domandina, alza la mano. Tu vola ronzando, cervo mordace.

Con Federico e Ruggero, in missione “Arditi”. Sfrattare cosa dove, non importa come. Giorni sette. Peccato che piove per sei. Il cervo volante sobbalza ad ogni goccia arrancando verso la mia tenda. Ruggero si esibisce in uno stinco di maiale all’acqua piovana. Antonio suona il flauto chiuso in tenda. Siamo tutti chiusi in tenda. Il tempo passa egregiamente. C’è una bolla di luce bianca che avvolge tutto il campo, la pioggia passa, il resto no. Non ricordo di letture. Oggi impazzirei. In una pausa degli elementi riusciamo a dare fuoco ad una tenda. Non sappiamo fare altro che guardare il fumo che esce. Federico entra e risolve con un calcio al fornello. La spina dorsale di Federico. Anche Federico ha una motocicletta, siamo andati insieme a comprarla.

Mussolini lasciava la finestra di Palazzo Venezia accesa per mostrare al popolo che lavorava anche di notte. Vico aveva Palazzo Tacito, e la sua finestra, consultabile tanto quanto. Il paragone con Mussolini non è certo generoso, in assoluto non calza e non c’entra un cazzo. Però quella finestra la guardavamo lo stesso. Fino a che non chiamava il tassì. E andava a dormire. E se la finestra è spenta vuol dire che il tassì è già partito. Si tornava, da un “dopo sede”, a slegare il motorino. Qualche parola sulla luce, la finestra, sul cosa farà mai ancora lì a quell’ora. Il barbagianni batte le ali silenziose. La finestra si spegne, Vico va via.