A Ludovico

di Claudio Rossi Massimi

Claudio a Ceri nel 1970

Sono entrato, per la prima volta, nella sede del GAR di via Tacito un pomeriggio dell’inverno del 1969.

Con un po’ di timidezza mi affacciai sul lungo corridoio restando sorpreso dalla quantità di gente che entrava e usciva dalle varie stanze in un’atmosfera che ti metteva subito a tuo agio.

In qualità di nuovo socio fui portato a conoscere “il capo” che sedeva dietro un tavolino sommerso di carte nella penultima stanza in fondo a destra.

Quel giorno ho incontrato per la prima volta Ludovico Magrini, colui che al di là di ogni facile retorica avrà il merito di provocare in me quello che è sicuramente il più importante imprinting della mia giovinezza.

Parlammo brevemente perché lui mi affidò quasi subito a un socio più anziano al fine di farmi visitare le varie stanze della sede e illustrarmi le diverse attività dell’associazione.

Quel posto era pieno di ragazze e ragazzi che interagivano con la tipica allegria e leggerezza che hanno solo coloro che stanno bene e che si godono quello che fanno. Fui presentato al Falisco, a Francone, a Ercolino. Tutte le ragazze presenti quel pomeriggio mi sembrarono bellissime, e forse lo erano veramente.

Nei mesi successivi cominciai a capire che quella non sarebbe stata una delle tante esperienze che ti capitano, ma la più importante dei più begl’anni della mia vita.

Il morbo dell’archeologia mi aveva preso già da bambino quando, passando lungo le sponde del Tevere, mi fermavo sempre a curiosare in mezzo alla sabbia dragata via dal fondo. Tornavo a casa pieno di coccetti e di qualunque altra cosa avesse anche lontanamente il sospetto di antichità. Ma il vero imprinting l’ho avuto lì, in via Tacito 41.

Ludovico ed io avevamo posizioni politiche molto differenti ma il rispetto e la stima reciproci ci hanno fatto sempre affrontare questo problema in maniera leale e, nonostante questa lontananza ideologica, lui non esitò nel corso degli anni a nominarmi responsabile del settore stampa, di quello fotografico, direttore del bollettino interno, caposettore e ad affidandarmi vari scavi e pubblicazioni.

Certo, qualcuna me l’ha fatta. Come quando mi spinse a presentarmi alle elezioni di direttore del GAR sapendo già perfettamente che avrebbe fatto di tutto per far eleggere il mio avversario. O come quando, pur sapendo che avevo ragione, mi convinse a farmi “processare” dal Consiglio Direttivo dei GAI per aver litigato epistolarmente con il direttore di un altro Gruppo Archeologico. Ma questo era Ludovico. Sapeva sempre molto chiaramente come gestire il potere. Un pregio, non un difetto.

Ludovico aveva quella rara proprietà di convincerti anche quando non eri d’accordo. Non era difficile per lui far passare come convincente un’idea sulla quale magari tu invece avevi forti dubbi.

Ma se devo ricordare quello che più mi affascinava in quell’uomo è sicuramente il fatto che il suo eloquio era avvolgente, mai aggressivo e sempre intriso di un’inaspettata serenità.

Quando la notte, durante i campi estivi, andavamo sul limitare di una necropoli e lui raccontava le sue storie fantastiche, nessuno sapeva resistere al fascino discreto di quei racconti. La realtà diventava una volgare consuetudine al cospetto della forza che sapeva dare all’immaginazione.

Gli ho voluto bene a tal punto che tanti anni dopo, il giorno in cui — nonostante la mia professione sia un’altra — mi sono laureato in archeologia, ho pensato a lui.