Testimonianza

di Bruno Blasi

Tarquinia 2-XI-2004

Cara Sig.ra Corradini,

lei non può immaginare quanta pena mi costa ricordare Ludovico Magrini, non solo per il fatto di riaprire una ferita nel mio animo per la sua immatura scomparsa, ma soprattutto ripercorrere, a ritroso, tutte le tappe della collaborazione alle sue iniziative che mi impegnarono, per più anni, a fondare, a collaborare a un giornale settimanale che portammo avanti in pochi, come “rari nantes in gurgito vasto”, a superare molte difficoltà in mezzo all’invidia e alla fatica. Per non parlare poi del fine a cui aspirava uno per mantenere insieme il Gruppo Archeologico Tarquiniese, da inserire nella più grande famiglia di alcuni romani e italiani. Tarquinia ha vissuto, nelle più fervide iniziative degli scavi sul territorio tarquiniese, alla ricerca di tante testimonianze nel campo funerario etrusco via via scoperte, con il risultato che non solo noi ma tutti gli altri gruppi che accorrevano da più parti dell’Italia e da vari paesi europei, a lavorare con noi. Basterebbe pensare alle tombe arcaiche per arrivare a quelle romane di Gravisca e del Carranello a cui stanno tuttora lavorando il prof. Mario Torelli ed altri studiosi giapponesi che hanno messo in luce le ville patrizie sulla costa tirrenica, con lusinghieri esiti finora effettuati.

Ludovico Magrini è stato una vera e propria talpa nel sottosuolo tarquiniese per la conoscenza del territorio. E il suo lavoro e il suo entusiasmo instancabile hanno logorato la libertà che ha ceduto nel momento più favorevole della ricerca che è sfociata nel recente riconoscimento dell’UNESCO che ha riconosciuto nelle necropoli di Tarquinia e di Cerveteri la necessità di intervenire perché patrimonio dell’intera umanità.

Sono addolorato di non poter essere presente al Castello di Santa Severa per difficoltà logistiche per la ragguardevole età di quasi un novantenne.

Mi scuso per la scrittura ma la penna non mi consente di più.

Un augurio, un saluto e una pronta ripresa di tutti i gruppi archeologici di Tarquinia e d’Italia, dell’Europa e di tutto il mondo degli studiosi e dei ricercatori, perché vengano dissepolte le città della dodecapoli tirrenica, in primis Tarquinia e Cerveteri.


Tarquinia 23-XII-2005

L’incontro tra Ludovico Magrini e me avvenne realmente per affinità elettiva. Pure essendo tra di noi la differenza di un’intera generazione dovuta all’età e al censo, si stabilirono dei veri rapporti di amicizia e di collaborazione allorché mi chiese di dar vita ad un settimanale d’informazione che desse sfogo alla comune passione archeologica e politica in quanto io ero già corrispondente locale de Il Tempo di Renato Angiolillo e il fondatore in nuce, dei Gruppi Archeologici, in espansione nell’alto Lazio dove anche lui aveva le sue radici, per parte materna, nella stessa città, allora conosciuta con il doppio nome di Corneto-Tarquinia.

Il giornale a cui lui dette titolo Il Carroccio, tra le molte difficoltà economiche, prese il via, dandomi il privilegio di mettere in prima pagina un mio articolo, che trovò subito rispondenza in alcuni giovani come lui, ed in me come affermato scribacchino a cui Ludovico volle affidare l’incarico di trattare argomenti locali sia intorno alla storia che in quella più curiosa indagine sulle figure che avevano lasciato ricordi e riferimenti nella memoria popolare; logicamente non trascurando di sollecitare la curiosità su figure tradizionali ancora vive per la loro personalità e per la stravaganza della loro esistenza. Ivi compresa la ricerca sul dialetto.

Siccome si era risvegliato il desiderio di rivangare il terreno dell’archeologia, già illustri personaggi dell’etruscologia, quali Giuseppe Cultrera e Pietro Romanelli, fondatori dal 1917 di un’Associazione con il nome di Società Tarquiniese di Arte e Storia (una volta che ne venni a fare parte come consigliere alla cultura), Ludovico Magrini trovò nella sede della suddetta società rispondenza ed accoglienza per le sue iniziative e alla sue lezioni di storia patria e di storia dell’archeologia con incontri settimanali a cui partecipavano persone appassionate sì da gettare interesse non solo nella frequenza, ma soprattutto nei giovani disposti a dar vita a scavi e al restauro dei monumenti più abbandonati delle pubbliche Amministrazioni locali. Cosicchè a Tarquinia, nei periodi estivi, si aprirono veri e propri campi di scavo sia sul territorio che in quello dei paesi limitrofi, specie a Tuscanica, a Tolfa, Allumiere, nelle necropoli rupestri della nostra provincia, a cui pervennero gruppi di giovani di altre regioni e di altri paesi europei.

Fu tutto un fiorire di speranze verso obbiettivi più precisi, quali lo studio, l’interesse e la tecnica allo scavo, la ricerca su quanto si riferiva alla formazione di una coscienza, di un rispetto di una passione. Tutto quanto si apriva a mete più avanzate, allorquando i giovani del Gruppo archeologico Tarquiniese nel 1955 vollero restaurare il complesso monumentale di Fontana Nuova, facendo concorrere all’esplorazione di un cunicolo, dove tuttora scorre una sorgente d’acqua viva in pieno centro storico, un gruppo di speleologi, provenienti dall’URRI. e dall’Università di Pennsylvania (USA) e pubblicando una plaquette illustrata nel corso delle difficili esplorazioni sotterranee.

In un anfratto della fontana venne rinvenuta nascosta una serie di monete medievali in bronzo e in argento, tuttora giacente all’interno del Museo Nazionale Etrusco del Palazzo Vitelleschi di Tarquinia.

La morte improvvisa di Ludovico Magrini disperse tutto un lavoro e tutto un programma che andò via via dimenticato per la mancanza di una guida sicura e attiva, esaurita la quale resta nella memoria di noi tarquiniesi, il suo inesauribile fervore al tempo degli scavi e dei ritrovamenti di alcune tombe etrusche del periodo più arcaico, tuttora conservate dalla Soprintendenza dell’Etruria Meridionale, nelle zone agricole dell’Infernaccio e di Poggio del Forno.