Zio

di Andrea Pieretti

Andrea a Tolfa nel 1977

Ogni tanto giro per il mondo, fa parte del mio mestiere, ogni bambino in fondo è un esploratore nato. Viaggiare nei sogni è facile, non si paga neppure il biglietto. L’unico rischio è quello di viaggiare troppo e di perdere la strada di casa.

In genere quando comincio a sognare, mi sveglio sempre in un posto che ha qualcosa di familiare e, al tempo stesso, è completamente diverso da come è realmente. Solo alla fine del viaggio, e non sempre, riesco a capire dove sono stato. Una volta mi ritrovai a passeggiare per le vie di un paesino, pieno di luce e di rumori, il cielo era di un meraviglioso azzurro e l’aria profumava di salsedine e di campi arati.

Girai a sinistra poco dopo una chiesetta e presi a salire per una strada che s’inerpicava su per il paese, di lì a poco notai un signore, chiuso in un bel cappottone blu, con un paio di occhiali da competizione, di quelli che si vedono nei film degli anni ’50, con le lenti spesse che fanno dei cerchi intorno agli occhi.

Dava le spalle ad un negozio di pompe funebri, rigorosamente aperto anche a quell’ora, e fissava con attenzione una lapide affissa su di un portone. Doveva essere una moda di quel paese, considerando che ne avevo già contate almeno una decina. Presi a leggerla anch’io, in fondo non ci sarebbe stato niente di male, se l’avevano affissa al muro era perché qualcuno la leggesse.

Le parole si scandirono lentamente nella mia mente, mi sembrava quasi di udire il ticchettio dello scalpello sulla pietra.

- Già!, chissà come si fa a correggere un errore, quando si incide la pietra?,

pensai. Il cervello, abituato ormai alle mie fughe di concentrazione, mi riportò alle parole, che gli occhi imbambolati avevano continuato a fissare. “Il cemento ideale di una comunità…”.

- Chiudi la bocca o rischierai di mangiare qualche mosca!, mi sentii dire all’improvviso. Mi voltai, notai il sorriso, appena accennato, nel bel mezzo di una folta barba sale e pepe, gli occhi di un’intelligenza viva, attenti.

- Se chiudo la bocca, mi tocca respirare con le orecchie, il naso è sempre chiuso, gli risposi. Rise, quasi un fragore improvviso, carico d’energia contagiosa.

- Abiti qui?, gli chiesi,

- Oh sì, rispose lui, tornato improvvisamente serio e pensieroso.

- E non solo.

- Vuol dire che abiti in più posti?, gli domandai incuriosito.

- Sì adesso sì, rispose lui. Mi accarezzò. Che bella mano aveva!, mi toccò il petto vicino al cuore,

- anche qui, riprese lui.

Che tipo strano, mi dissi, però è simpatico, ci sa fare con i bambini.

- Dove stavi andando tutto solo?, mi chiese all’improvviso, quasi mi avesse sorpreso a bigiare.

- Esploravo un po’ di mondo, gli risposi,

- c’è così tanto da vedere,

- e da fare, soprattutto da fare!, aggiunse lui infervorandosi.

Si drizzò, divenne altissimo, un colosso. Mi sembrò una sorta di paguro inverso, morbido e placido fuori e coriaceo ed energico dentro.

- Vieni!, riprese deciso.

- Ti voglio far vedere qualcosa che han tutti sotto gli occhi ma che nessuno nota mai.

Prendemmo una traversa a destra e passati sotto un archetto stretto stretto, ci trovammo all’improvviso al di fuori delle mura di cinta di quel paese. L’oro del grano faceva concorrenza al sole e la campagna, così avara di case, si stendeva fino all’orizzonte col suo variopinto patchwork di colori, in mille pieghe, mai uguale a sé stessa, eppure indistinguibile salvo che per degli occhi allenati.

Puntò un dito verso un qualcosa all’orizzonte.

- Laggiù, proseguì con una punta d’orgoglio,

- facevamo i tuffi nelle vasche della cartiera quand’eravamo bambini.

Quest’affermazione mi colpì.

- Tu sei stato bambino?, gli domandai.

È difficile vedere un bambino in un grande. Ammiccò, poi mi condusse su di un’altura, e mi fece voltare all’improvviso verso il paese,

- tu lo costruiresti un paese là sopra?, m’interrogò tutto d’un tratto aspettando una mia risposta.

Ecco un’altra cosa che mi piacque di lui, quasi nessun grande chiede un parere ad un bambino.

Quella, fu la prima di molte domande, che via via sempre più incalzanti, mi fecero scoprire di non essere stato il solo a passare da quelle parti; ma molti prima di me, bambini come me, erano andati a cercar more, s’erano seduti all’ombra aspettando che la rabbia del sole sbollisse, e avevano respirato quella stessa aria così piena di vita, che friggeva fin dentro i polmoni, fino a farli scoppiare.

Bambini ormai polvere, che avevano pensato bene di farsi una bella casa, stranamente sottoterra e dei quali rimanevano un sacco di oggetti, la maggior parte ormai rotti, che rotolavano, nella terra di cui essi stessi erano fatti, ad ogni girar dell’aratro. Quei sassi colorati, belli piatti, come si trovano spesso in spiaggia, addolciti dalle carezze delle onde, e scelti per far più salti possibile quando si decide di restituirli al mare.

Mi svelò tesori nascosti, mi raccontò storie bellissime, mi mostrò oggetti meravigliosi e preziosi. Non mi sembrava possibile che io possedessi, insieme a tante altre persone, un tesoro così bello.

Passammo a fianco ad una vecchia fontana, emise un grosso sospiro,

- se sapessi che giro che fa quest’acqua…,

stava per iniziarmi ad un nuovo e meraviglioso segreto, quando tirò fuori da una tasca un vecchio orologio a cipolla.

- Perbacco com’è tardi!, disse tra sé e sé, mi ricordò per un attimo il Bianconiglio di Alice, ma senza la fretta che lo accompagnava.

Gli scivolò in terra una foto, c’era lui con due bimbi ed una donna, la presi delicatamente e gliela porsi. Non disse nulla, traspariva solo una profonda dolcezza.

- Da qualche parte…, prese a dire,

- prima o poi…, continuò.

Rientrammo nella cinta muraria attraverso un’altra porta. Si fermò, mi baciò sulla fronte,

- ora va’!, mi disse.

Controllò in tasca se aveva gli spicci per il giornale e prese a camminare,

- ma dove vai?, gli chiesi,

- a fare il pane!, mi rispose tra il serio e il divertito.

- E da chi vai?, gli domandai stupito.

Gli si illuminarono gli occhi, poi si velarono all’improvviso, come se nel cuore ci fosse mare grosso.

- Dal fornaio più buono del mondo, mi rispose infine.

Si girò, incrociò le braccia dietro la schiena e si allontanò canticchiando una vecchia canzone.