Il mestiere del Babbo

di Alessandro Magrini

Non è facile parlare di un padre come mio padre e, a distanza di 15 anni dalla sua morte, il rischio è anche quello di contribuire a costruirne un mito. Poiché però mi sembra che raccontare equivalga pressappoco a mitizzare (con la differenza che qui e oggi noi lo facciamo in italiano mentre un tempo e nell’Ellade lo si faceva in greco), partirò almeno da un fatto certo: io mio padre non l’ho mai conosciuto come comincio a conoscerlo ora.

“Che vor dì?” Ecco già la domanda delle domande che incombe sulle parole appena scritte. Una domanda in romanesco (ché il Babbo non conservava granché del tarquiniese, se non una tripla elle carpiata prima di pronunciare parole come oca, acqua e così via), una domanda semplice, secca, in genere accompagnata da una risata cavernosa appena abbozzata. Forse il maggiore insegnamento di quell’essere apparentemente placido e innocuo, ma pazzo (e scatenato) che mi sono ritrovato come padre per una ventina d’anni... E finché non lo si perde — più o meno distrattamente — non si ha idea di cosa significhi avere un padre del genere: un tipo che vestiva sempre alla stessa maniera, indipendentemente dal passare degli anni e dal mutare delle stagioni, e in tempi non sospetti, poi, quando Dylan Dog non era stato ancora inventato.

Ma non eludiamo la domanda. Per tanto tempo io non ho saputo nemmeno che mestiere facesse e perché non fosse quasi mai a casa, se non la domenica mattina quando potevo — non ci crederete mai — scambiare un po’ di fusa nel lettone mentre mi raccontava (in italiano, non in greco) di strane vicende occorse a un signore (greco, non italiano) di nome Ulisse, che poi a un certo punto si chiamava pure Nanas e poi Enea (diventando improvvisamente troiano) e poi... Oh, ero piccolo: gli avvicendamenti mica erano sempre chiari! Solo in seguito, da grande, ho capito che Ulisse era in realtà Odisseo e forse anche un po’ Nanas, che però ha nel nome un richiamo ad Enea: a volte crescere non serve a chiarirsi le idee.

Tarquinia, Ara della Regina 1972
[di Antonio Stievano]

In un pensierino (una sorta di tema delle elementari di allora) scrissi che faceva il “tombarolo”, il che — essendo di origine tarquiniese — non era molto distante dalla realtà e comunque la parola era assai intonata ai luoghi che di tanto in tanto — sempre accompagnato da un fido scudiero del GAR — mi portava a perlustrare e a guardare in sua vece, visto che — prima di convincersi a indossare quei meravigliosi occhiali à la page — non vedeva a più di un palmo dal naso. E poi me l’aveva detto lui stesso, auto-sarcastico qual era! Mia madre mi rassicurò qualche anno più tardi dicendomi che era giornalista-pubblicista: imparai per logica che dovevano quindi esistere giornalisti che esercitavano il loro mestiere senza pubblicare niente... E il GAR? E il pulmino bianco (che fra l’altro altre volte era verde) e sgangherato che mi spacciava come sua auto quando gli chiedevo perché tutti i papà avevano la macchina e lui no? Insomma, la faccenda era curiosa, propriamente curiosa, come avrebbe detto mia nonna, la madre di mia madre...

L’ufficio del Babbo, quello di via Tacito numero 41 (così scandivo con la pignoleria propria dei bambini piccoli) aveva l’odore tipico dell’ufficio di via Tacito numero 41, per cui se non l’avete mai annusato non potete sapere di cosa parlo. Aveva la porta sempre aperta, proprio come al Colosseo. Oltre l’ingresso, a sinistra, uno sgabuzzino pieno di ciarpame (in seguito appresi che si trattava in gran parte di pubblicazioni dell’Associazione...) e, per lungo sulla destra, il corridoio che portava alla stanza delle sue straripanti scartoffie fra le quali i suoi avambracci ricavavano con incessanti traslochi uno spazietto ampio quasi quanto una cartella. Lì scriveva e pensava, tenendo la sigaretta (“accidenti”, commentava immancabilmente mia madre con un sinonimo più colorito) fra l’indice e il medio con il pollice piantato sulla guancia e l’anulare alla tempia. Di lì alzava lo sguardo al nostro arrivo con uno stupore ogni volta sorpreso, lo stesso che ogni volta mostrano i bimbi quando li stani dal loro nascondiglio appena velato.

Che cosa faceva a via Tacito numero 41 fino a tarda sera? Perché la domenica pomeriggio, appresa l’ineluttabile sconfitta del Torino (l’unica squadra per cui uno storico possa tenere senza troppa vergogna), si precipitava ad accogliere i ragazzi del GAR? La domanda è incompleta: invece che rimanere a giocare con noi? Eh sì, perché i giochi del Babbo erano divertenti: si potevano fare cose normalmente proibite, come le battaglie navali con le navi che andavano a fuoco per davvero! In realtà, con lui non si giocava mai a qualcosa: ogni gioco aveva una storia e come tutte le storie c’era un preambolo, uno svolgimento, un’acme e un finale che spesso avrebbe legato il gioco a un gioco successivo. Ma esisteva un gioco più ampio, un gioco i cui scenari si estendevano fuori dalle mura di casa a diventare campagne, monti e boschi, un gioco fatto di storie giocate da tanti ragazzi, i ragazzi del Gruppo, che per mio padre erano quasi dei figli: anche con loro voleva dividere la domenica. E di questo me ne sarei fatto presto una ragione.

La mattina lo vedevi far capolino dalla porta della cucina a puntare un orologio a muro a cifre e lancette cubitali, ma per lui inafferrabili come la più indecifrabile delle scritture. Poi, dopo aver affannosamente calibrato gli occhi, potevi sentirlo constatare un ritardo clamoroso con un’espressione utilizzata altrove solo nei cartoni più antichi della Walt Disney: “Poffarbacco, è tardi, Tal dei Tali m’aspetta già da mezz’ora!”. Ma la scenetta più esilarante era la colazione “peripatetica”: riempiva di latte fino all’orlo una tazza di vetro giallo nella quale amava inzuppare il pane passeggiando in tondo stillando scrosci di latte che serenamente calpestava trasformando il percorso in un “acciaccapisto”, fra i borbottii sconcertati di mia nonna.

Per cosa fosse tardi e in quali attività smaltisse la colazione continuava a essere un mistero. E non solo per me: anche i miei nonni si mostravano imbarazzati rispetto alla sua professione. Mia madre continuava a ripetermi la sua definizione recitata a mo’ di tabella pitagorica e non era troppo convincente. Come mai sui giornali che leggeva il suo nome non lo trovavo mai? Era forse un giornalista-lettore? Archeologo certo non era: quando ne ebbi il sospetto, mia madre l’aveva recisamente smentito. Troppo impegnato a scoprire cosa facesse mio padre allora, ero l’unico bambino della classe a non sognare cosa avrei voluto fare da grande. I miei compagni sognavano professioni oscillanti tra il fantascientifico e l’imitazione genitoriale. Io sciorinavo i mestieri più schizofrenici, come il giornalista-elettrauto e il salumiere-geologo, cercando così di assecondare tanto le mie fantasticherie infantili quanto la mia legittima voglia di emulazione paterna.

Avevo potuto constatare una certa preparazione in storia e geografia, gli strumenti con cui si orienta nel tempo e nello spazio la cultura “occidentale”, quando deve fare i conti con se stessa o con le altre culture. E l’avevo potuto constatare a mie spese: mai farsi aiutare a preparare un’interrogazione da chi è convinto che la transumanza abbia caratterizzato la storia (data la geografia) del nostro paese (e non solo), quando gli insegnanti la distinguono a stento dalla consustanziazione! Al liceo chi insegna storia in genere insegna insieme filosofia, finendo per non distinguere più fra storia di pensieri e storia di esigenze e fatti. Così le guerre si scatenano per via di un’intrinseca malvagità umana o — oggi più spesso — per l’intrinseca bontà di alcune nazioni che non sopportano che nel mondo esistano regimi malvagi e oppressori! La storia diventa tiritera di guerre e trattati di pace o addirittura mera barzelletta. La geografia invece viene riposta in uno scaffale alto abbastanza da ospitare un atlante, dopo essersi affannati ad associare paesi a città capitali. Ma la storia senza la geografia è come segnare il tempo di una corsa di atleti senza provenienza, senza pista e senza stadio, una corsa infinita e sempre uguale a se stessa.

Il Babbo incuteva timore e reverenza, sia per l’aspetto e lo sguardo, sia per la preparazione e l’eloquio. Non perché usasse un italiano pulito né perché facesse sfoggio d’erudizione, e non era particolarmente alto e muscoloso né truce o torvo nel volto. Aveva occhi intensi e placidi invece, e il corpo saldo e ampio, ed era colto tanto da non sradicare invano le sue origini maremmane. Ma sapeva arrossire e persino soccombere al cospetto di uno strano batuffoletto che a circa sette anni dalla mia nascita arrivava a scardinare finalmente un carattere che mi sembrava consolidato da sempre. Luisa aveva il potere di dare nuovi nomi alle cose e alle persone. Io mutai la mia identità in Tato, opponendo — me tapino — un’inutile decennale resistenza. Il Babbo, che fino ad allora aveva dovuto sopportare di essere romanamente nominato “papà”, divenne Bape e il GAR poté ribattezzarlo... Cape!

I secondogeniti — si sa — sanno prendersi di giorno libertà che i primogeniti hanno saputo solo sognare di notte: l’unico stratagemma per incatenare Bape a casa consisteva nel sequestro degli occhiali (erano ormai lontani i tempi in cui, più giovane e temerario, riusciva a farne a meno). Luisa glieli sottraeva e nascondeva con una semplicità impressionante e commovente. Il ritardo poteva acuirsi fino al poffarbacco, ma a cedere era lui e non lei. Tuttavia il candore di una bimba è facilmente aggirabile e Bape sapeva come prendere i bambini: esasperando l’impaccio della sua semicecità, prendeva a far finta di sbagliare la porta di casa, tentando di uscire ora dalla porta del balcone, ora dal portello della credenza, o attraverso i pertugi più esilaranti, instillando così in Luisa un’insopprimibile esigenza di ripristino dell’ordine delle cose, la quale, per uscire dal Paese delle Meraviglie, riconsegnava gli occhiali a Babe e il Cape alla sua attività.

Sì, ma a quale attività? Non potevo certo contare sulla nuova arrivata per far avanzare le mie indagini, e la situazione era più disperata che mai: anche i discorsi dei genitori dei miei compagni di scuola e di strada erano colmi di omissis, e sempre in corrispondenza del misterioso mestiere di mio padre. Ad aggravare lo stato delle cose si aggiungeva il fatto che mio padre non solo non c’era mai con noi, ma non c’era mai nemmeno con mia madre, che incuteva sì molta meno reverenza di lui, ma quando si arrabbiava, in barba alle condizioni ginevrine, arrivava persino a lanciare le ciabatte. Mia madre e mio padre, a differenza delle altre coppie di genitori, frequentavano persone diverse, senza farsene minimamente scrupolo. Non scrupolo della gente, intendiamoci, ma scrupolo mio. In definitiva: il Babbo, sempre così imperturbabile, era geloso della Mamma? Dovevo scoprirlo. Trovai un alleato potente (e soprattutto adeguatamente facoltoso) in mio nonno: acquistammo un bel mazzo di rose rosse che facemmo recapitare a mia madre con tanto di biglietto amoroso non firmato. Era un piano perfetto, non poteva fallire. Con chiunque. Con il Babbo e la Mamma sì. Mia madre lo avvertì dell’arrivo delle rose chiedendogli se per caso avesse perso la capacità di ragionare (ma non ricordo se fosse esattamente questa l’espressione da lei usata). E quando tutto doveva essere lì lì per precipitare, i due snaturati iniziarono a esibirsi in una sequela di battute e ammiccamenti senza che potessi scorgere nei loro occhi nemmeno l’ombra di un fugace sospetto. Quella scena raccapricciante era la conferma non solo della stranezza di mio padre, ma che l’intera famiglia (nonni compresi) era irrimediabilmente una famiglia di matti.

I miei genitori erano bizzarri, ma mi avevano messo un nome speciale. Sì, è vero, c’erano in giro altri bambini che si chiamavano come me, ma nessuno poteva scrivere “Alessandro” in modi che non avrebbe potuto capire nemmeno la Signora Maestra, nemmeno se la signora maestra era la mia, che indubbiamente era la migliore maestra d’Italia. Il Babbo mi aveva mostrato un libro antico in cui il mio nome era scritto in tutte le lingue scomparse del mondo. Nessuno le parlava più e quindi nessuno le sapeva leggere, salvo il Babbo, ovviamente, che, essendo giornalista-lettore, sapeva leggere anche i geroglifici e l’etrusco. Per scrivere in tutti quei modi ci voleva molto tempo e per i geroglifici bisognava anche saper disegnare piccolo, sempre più piccolo, per far entrare tutto il nome all’interno del cartiglio, che per una strana fatalità mi ero convinto che andasse disegnato sempre prima dei geroglifici. L’etrusco invece era più facile: bastava scrivere da destra a sinistra con l’accortezza di fare le lettere tutte storte e rovesciate. Anni dopo, avendo trovato un dattiloscritto del Babbo che spiegava le regole della lingua etrusca, mi cimentai addirittura nella faticosa costruzione di una frase intera, che in italiano suonava così: Alessandro di Ludovico (e) di Alba figlio di anni XI. Fu una delle delusioni più cocenti di cui abbia memoria: un genitivo su due era sbagliato e in più ricevetti l’invito quasi perentorio a smetterla di scrivere frasi del genere, perché — a detta del Babbo — portavano sfiga.

Gli etruschi, a parte scrivere epitaffi funebri, si divertivano a incidere parole senza senso sui fegati, in particolare a Piacenza. Mio padre si divertiva a tentare di leggerle e interpretarle, con il rischio di aggravarne il fraintendimento. A volte però le sue teorie non sembravano malvagie, e non perché necessariamente azzeccate, ma perché irriverenti: il Babbo non era il tipo d’uomo da accettare lezioni da un manuale, cartaceo o in carne e ossa che fosse. E così un giorno mi confidò che sul fegato piacentino — secondo lui — era inciso un calendario, come a darmi ad intendere che gli etruschi si orientavano nel tempo (e quindi nello spazio) attraverso le viscere ributtanti delle pecore. Mi sembrava incredibile. Non che gli etruschi potessero orientarsi con un fegato invece che con una bussola, ma che mio padre si interessasse a cose così futili, anziché all’ultimo scintillante modello d’auto della Maserati. A distanza di tanto tempo, e di tanti ripensamenti, non so dire se nella fattispecie avesse ragione oppure no, ma una cosa ancora oggi mi fa pensare a lui con ammirazione: aveva colto intuitivamente il senso di quell’antica religiosità, per cui gli dei non dovevano essere le forme del mondo pensato, come per i greci, o emblemi dello stato, come per i romani, ma elementi da leggere, simili a quelli che noi oggi — incuranti della profanazione — leggiamo sul quadrante di un orologio o sulle pagine di un calendario.

Nel tempo libero da non so quale lavoro, il Babbo catalogava francobolli, cimeli in miniatura della storia onoraria dalla quale, pur rifuggendo metodologicamente, era irresistibilmente affascinato. A mio padre, per esempio, piacevano i re impaludati di medaglie che le regioni d’Italia avevano dovuto sopportare per farsi nazione che mai erano state. E sui vent’anni — quando non si è né carne né pesce e, proprio per questo, si è ostinatamente o solo carne o solo pesce — era stato filomonarchico, e anche filoqualchealtracosa su cui lui stesso per pudore soprassedeva. Tuttavia, al tempo in cui lo ebbi come padre, la sua candidatura per i repubblicani certificava l’avvenuta maturazione e — cosa di capitale importanza per me, anni più tardi — testimoniava la sua “redenzione”. In realtà mio padre — a differenza dei suoi francobolli — era semplicemente incatalogabile. Amava visceralmente quel paesotto — un tempo illustre — che gli aveva dato i natali, ma si sentiva sinceramente in dovere di essere parte di un discorso più ampio, europeo almeno. I francobolli erano i souvenir dei viaggi che non aveva mai potuto fare, erano finestrelle di carta sul mondo, di cui negli anni s’era abituato ad accontentarsi, come quelle bambine che — avendo un tempo il divieto di uscire — giocavano ai giochi degli altri col nasino puntato alla zanzariera della finestra.

Una mattina, una di quelle in cui si dava più tempo per indugiare a casa, sbirciando con discrezione su un commento al Ciclope di Euripide, scritto in inglese, che stavo studiando, si stupì che capissi quella “lingua senza morfologia”. Eh sì, perché c’era uno scambio culturale, un giro del Mondo, per promuovere la Pace, dal Giappone alla Grecia in nave, la “Nave dei Giovani del Mondo”, con a bordo 300 ragazzi da ogni parte del Globo, ma bisognava sapere l’inglese e a tutti aveva chiesto, salvo che a me, “ché, tanto, a scuola avevo studiato solo il francese”. A parte che a vent’anni di fronte a una proposta del genere uno l’inglese se l’inventa in un paio d’ore pur di partecipare, ma davvero ignorava che sapessi spiccicare qualche frase nella “lingua dei singhiozzi”? Ma non c’era tempo per approfondire il discorso: l’esame di inglese per partecipare al viaggio era quella mattina stessa. Arrivai trafelato con tre ore di ritardo. Quel viaggio avrebbe cambiato radicalmente la mia vita e le fragili opinioni che avevo sul mondo. Sarebbe stato il suo ultimo regalo, il più bello che un padre possa fare a un figlio: la libertà da se stesso.

Partii senza aver scoperto quale fosse davvero il suo mestiere. A uno sguardo un po’ superficiale il Babbo sembrava un archeologo appassionato di etruscologia, e forse lo era stato. Ma negli ultimi anni aveva preso a sostenere che l’etruscologia è una “sciocchezzuola”, che il mondo da studiare è il mondo romano, ancora in ampia parte da esplorare, all’incessante ricerca di chi siamo, attraverso tutti quei suoi “che vor dì” e “perché” così circostanziati e così avvincenti. Solo a partire dalla storia e dalla geografia, il Babbo era anche giornalista, inteso come storico-geografo dell’oggi. E infine, visto che all’indagine devono seguire — così diceva — sempre delle conseguenze attuative, era anche un politico, lucido e disincantato, ma con delle idee meditate e non d’accatto.

Erodoteo più che crociano, riteneva che un viaggio del genere equivalesse a una laurea. E io, colta la palla al balzo, pensai bene di prenderlo alla lettera, con buona pace delle aspettative dell’intero “casato”.