Vulci

Un impegno per l’archeologia italiana

Da «Archeologia», n. 27, maggio-giugno 1965

Fra tutte le zone archeologiche d’Italia, quella vulcente, nota da oltre un secolo per la ricchezza delle sue necropoli, ha subìto e continua a subire danni incalcolabili a causa di una azione di scavo clandestino di vastissime proporzioni. Soltanto negli ultimi anni, decine di migliaia di tombe sono state violate e saccheggiate e si calcola che, nel territorio, almeno 600 famiglie traggano di che vivere da questa illecita attività.

Vulci è sempre stata prodiga con i ricercatori di antichità. Dai tempi di Luciano Bonaparte, clandestini e speculatori hanno disperso un patrimonio archeologico di incalcolabile valore e in ben pochi casi è possibile registrare campagne di scavo condotte con criteri scientifici.

Tra le grandi necropoli etrusche del Lazio settentrionale, Vulci può vantare il disseppellimento di parte dell’area urbana (encomiabile iniziativa del compianto prof. Barroccini), ma le sue necropoli, che per la ricchezza dei corredi tombali e le strutture architettoniche di molti ipogei ben poco hanno da invidiare a quelle di Tarquinia e Caere, sono pressoché ignorate e le devastazioni subite costituiscono un motivo di vergogna — usiamo la definizione di un noto studioso germanico — per tutta l’archeologia italiana.

La Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria Meridionale, d’altro canto, con l’esiguo personale di sorveglianza di cui dispone, non ha mai potuto affrontare il problema con misure drastiche e risolutive. Ci si è limitati, in collaborazione con i Carabinieri e con la Guardia di Finanza, a tentativi per impedire il dilagare del fenomeno, sempre però con scarsi risultati.

Recentemente, la Guardia di Finanza ha affidato la tutela del territorio ad alcune unità cinofile, ma le squadre clandestine, rallentata la pressione su Vulci, si stanno lanciando su altre zone indifese. Su Bisenzio, per esempio.

La vastissima area vulcente è completamente isolata da ogni centro abitato. Per di più, dopo la riforma agraria, la creazione di tante piccole aziende e i lavori di scasso in profondità hanno posto la maggior parte dei contadini in condizione di scoprire, saccheggiare e distruggere indisturbati intere necropoli.

È uno scempio senza precedenti, che non potrebbe essere frenato neppure con un esercito di sorveglianti.

La Soprintendenza ritenne di risolvere, almeno parzialmente, l’isolamento della zona creando, al centro del territorio, un Museo — in fase di ultimazione — utilizzando un antico castello (a poca distanza dagli scavi dell’area urbana vulcente). La misura si rivelò insufficiente e non impedì all’attività clandestina di espandersi ulteriormente.

In alcuni periodi, l’intera zona è stata in completa balia delle squadre abusive ed il fenomeno — così come avviene anche in altri centri dell’Etruria meridionale — è andato via via assumendo le caratteristiche di un’azione di delinquenza organizzata.

Risale a pochi anni or sono un grave episodio di criminalità. Uno dei sorveglianti della Soprintendenza, percorrendo di notte una fascia della necropoli, si imbatté in un gruppo di «tombaroli» in piena attività. Alla sua ingiunzione di sospendere il lavoro e di farsi riconoscere, i clandestini gli furono addosso e, dopo averlo percosso, lo legarono e, imbavagliato, lo seppellirono nel terreno sino al collo. In queste condizioni trascorse tutta la notte e solo all’alba venne liberato.

La paura lo aveva ridotto in condizioni disastrose: morì dopo pochi mesi, stroncato dalle conseguenze di quell’emozione.

L’episodio, qualora ve ne fosse ancora bisogno, rivela fin troppo chiaramente le caratteristiche criminose del fenomeno clandestino e rende ancor più incomprensibile quella diffusa omertà che — clamorosa testimonianza di cecità sociale — protegge nelle zone archeologiche l’attività illecita dei «tombaroli».

A Vulci l’archeologia italiana deve impegnarsi in prima persona, seriamente e senza risparmio; e non soltanto per salvare i resti di un ineguagliabile patrimonio di civiltà, ma perché è qui il campo più difficile per battere l’insensibilità culturale delle masse e conquistare l’opinione pubblica alla difesa delle memorie del nostro passato.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.