Volontariato archeologico

Un fenomeno di massa

Da un programma radiofonico RAI, inizi anni ’80

Roma, via Tacito, all’angolo con piazza Cavour. Intabarrati nelle giacche a vento, zaino in spalla, si affollano almeno duecento giovani. Sono le sette del mattino.

C’è un via vai fra i pullman che attendono e la sede, alcuni raccolgono le ultime carte e gli strumenti di rilevamento.

Si respira un’aria di efficienza. Sulle pareti, una composizione di «forini» sequestrati, come è scritto accanto ad ognuno, ai «tombaroli» di mezza Etruria, e dappertutto uno stemma rotondo con la sagoma del «cacciatore etrusco» assunto a simbolo dai Gruppi Archeologici. Un simbolo, un’Associazione divenuti l’incubo dell’archeologia «ufficiale» italiana.

Una mattina di domenica a Roma. Ma la stessa cosa accade contemporaneamente a Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna, a Firenze, a Genova, a Napoli, a Palermo, dovunque cioè esista un Gruppo Archeologico volontaristico, Vale a dire: migliaia di giovani che dedicano le loro giornate di libertà al controllo e all’esplorazione delle zone archeologiche più esposte alle offese degli scavi abusivi, dei lavori agricoli e delle attività edilizie, salvando una mole imponente di dati che altrimenti sarebbero perduti per la scienza.

È l’altra faccia dell’archeologia italiana, quella che, nata per germinazione spontanea, ha imposto la concreta realtà del volontarismo nell’azione di tutela e di valorizzazione del patrimonio storico del Paese. Il fenomeno è tutto italiano: iniziato nel 1960, nel 1963-65 prende corpo con caratteristiche ben precise.

Sono gli anni in cui esplode nel nostro Paese il fenomeno degli scavi clandestini. Sollecitato dalla reclamizzazione smodata dei «tesori» che il sottosuolo italiano restituisce quotidianamente e dalla sempre crescente richiesta di collezionisti italiani e stranieri, il mercato illegale delle antichità scatena in Italia la «febbre del coccio».

Sono gli anni in cui, su commissione di antiquari stranieri senza scrupoli, vengono danneggiate irrimediabilmente diverse tombe dipinte a Tarquinia e l’Etruria meridionale, la Sicilia, la Puglia vengono letteralmente saccheggiate da vere e proprie bande organizzate di «tombaroli».

I soprintendenti, dopo un fallito tentativo di combattere la piaga riportando i clandestini nella legalità (a Palermo, il soprintendente Tusa fa assumere dalla Fondazione Formino degli ex «tombaroli» per gli scavi di Selinunte), cominciano ad invocare l’aiuto dell’opinione pubblica. Il soprintendente dell’Etruria meridionale Moretti, nel 1965 accusa i cittadini di assenteismo: «È come un tiro alla fune: da una parte le soprintendenze, dall’altra i clandestini, e tutti gli altri a guardare». In effetti, l’assenteismo dell’opinione pubblica intorno al 1965, in molti casi, è vera e propria omertà. Si tende a minimizzare il «danno» apportato dagli scavi abusivi che in molti centri assurgono addirittura a fonte di entrata economica primaria apprezzata dalle autorità locali.

In questo quadro si affermano i Gruppi Archeologici, come reazione di pochi ad una situazione ormai senza sbocchi.

L’inizio è romano: il GAR (Gruppo Archeologico Romano) offre la collaborazione dei suoi iscritti alla Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale e viene impegnato in alcune azioni di recupero alle dipendenze di tecnici ufficiali.

L’esperimento riesce e la collaborazione, seguita personalmente dal soprintendente Moretti, comincia a dare i suoi frutti: a Cerveteri, a Veio, a Tarquinia, le zone più colpite dai danneggiamenti dei «tombaroli», squadre di volontari del GAR affiancano i guardiani dei musei nell’azione di sorveglianza, segnalano scavi abusivi e devastazioni, effettuano recuperi: è una corsa con i clandestini che sono costretti a mutare almeno le loro abitudini: vengono scoperti depositi di strumenti e di reperti, lasciati tranquillamente dai tombaroli nelle zone di lavoro per comodità; gli scavi abusivi non hanno possibilità di essere condotti a termine; per l’intervento continuo dei volontari. In qualche caso si giunge anche alle mani, ma nello spazio di tre anni la situazione comincia a normalizzarsi.

Intanto il GAR è cresciuto: ora ha una sede attrezzata ed efficiente, gli iscritti sono diverse centinaia e gli interventi sono condotti in ogni angolo della regione. Altri Gruppi sorgono in tutta Italia; in Sicilia, in Umbria, in Toscana, in Lombardia e l’associazione che li raccoglie diviene la più importante organizzazione culturale volontaristica italiana.

Probabilmente in un qualsiasi altro Paese del mondo (siamo nel 1969) a questo punto le autorità, constatati i lati e gli effetti positivi del fenomeno, avrebbero trovato il modo di incoraggiare e sostenere l’iniziativa. In Italia, ovviamente, non fu così.

Il 10 maggio 1969, una precisa disposizione della Direzione generale AA.BB.AA. del ministero della Pubblica Istruzione invita i soprintendenti a bloccare qualsiasi iniziativa intrapresa con i «dilettanti», in nome di quella famigerata legge n. 1089 dell’1 giugno 1939 che non prevede la possibilità dell’aiuto volontario nell’azione di salvaguardia e di ricerca archeologica, di stretta ed assoluta competenza statale.

Il 10 maggio il GAR viene invitato a lasciare tutti i lavori di recupero intrapresi: a Cerveteri, a Tarquinia, a Veio. A pochi mesi di distanza, fra il settembre e il novembre 1969, si registrano due notizie significative: a Cerveteri, i clandestini saccheggiano una necropoli in corso di esplorazione da parte della soprintendenza e asportano tutti gli strumenti lasciati dagli operai; a Veio viene svuotato un magazzino-deposito dove, fra l’altro, erano conservati tutti i materiali a suo tempo recuperati dal GAR.

«Nessuno meglio di noi – è scritto in un commento del GAR a questi episodi – può testimoniare dell’assoluta impotenza della Soprintendenza alle Antichità ad arginare, a controllare il dilagante e metodico saccheggio delle nostre aree archeologiche. Ed è avvilente per noi restare inattivi e constatare con rabbia il flagello che imperversa». Da quel 10 maggio, niente è cambiato nei rapporti fra Stato e Gruppi volontaristici. La ricerca archeologica è un affare di esclusiva competenza statale e la collaborazione dei cittadini è «tollerata». In ogni caso – recita una circolare del Consiglio Superiore Antichità – Gruppi e Associazioni volontaristiche vanno considerati «con sospetto».

Si teme – scrivono alcuni archeologi ufficiali – che dando spazio a queste organizzazioni si possano creare strutture efficienti e capaci di sostituirsi allo Stato: «Un pericolo da considerare – sostengono gli archeologi ufficiali dell’ambiente di sinistra – è che questi Gruppi qualificandosi, attrezzandosi tecnicamente e ottenendo sempre più permessi di scavo riescano a creare un funzionamento autonomo e privato, gestito e controllato da loro stessi».

Da destra si predica la «guerra santa» contro il dilettantismo e i dilettanti, in nome del principio che «non v’è cultura senza i professionisti della cultura».

Presi così tra due fuochi, i Gruppi Archeologici, dopo quel 10 maggio, ebbero dinanzi due sole strade: o sciogliersi oppure collocarsi in una dimensione che fosse a un tempo contestazione al sistema, il cui fallimento era nei risultati disastrosi posti sotto gli occhi di tutti, e alternativa per una nuova visione della gestione dei beni culturali.

Scelta la seconda strada, i Gruppi affrontano i problemi della ricerca, concentrandosi nello studio di superficie: l’esplorazione, cioè, condotta sul terreno, capillarmente, interrogando il modesto frammento ceramico o i resti di una struttura messi in luce da un’aratura, da uno scasso, dalla pioggia. Si studia l’ambiente e si tiene conto di tutti quegli elementi – geologici, ecologici, sociali, etnici – che possono fornire dati utili a riconoscere o a ricostruire una pagina di storia. Soprattutto si scopre che il più importante «reperto» archeologico è in definitiva l’uomo con le sue abitudini, i suoi bisogni, le sue scelte, dei bisogni dell’uomo di ieri e, quindi, vera e propria stratigrafia storica da indagare, da scoprire, da ricostruire.

Con questo nuovo tipo di ricognizione, i Gruppi volontaristici in pochi anni di attività si accorgono che la realtà archeologica del nostro Paese è ben diversa da quella scritta sui libri scientifici o di divulgazione: soprattutto in campo preistorico e protostorici i dati raccolti sono imponenti e tali da rivoluzionare conoscenze e scardinare tesi.

Sotto il martellamento di continue scoperte, l’ambiente ufficiale comincia a riconoscere che il volontarismo è qualcosa di più di un fenomeno velleitario e transeunte, di un hobby più o meno à la page.

A Tuscania nel febbraio del 1971, fra le rovine della città distrutta dal terremoto, dove giovani del GAR accorrono a centinaia per aiutare la popolazione e per salvare il patrimonio culturale di quell’importante centro medievale, l’archeologia ufficiale ha modo di constatare che i Gruppi hanno anche un ruolo organizzativo di prim’ordine: i volontari sono stati i primi ad accorrere e a loro spetta il merito di aver salvato innumerevoli testimonianze d’arte, di aver evacuato il Museo, di aver protetto tante opere esposte, nelle prime ore successive sl disastro, alle offese dell’uomo dopo quelle subite dalla natura.

Con 5.000 aderenti sparsi in tutta Italia, con sedi nelle principali città della penisola, con una struttura sorretta interamente dal contributo economico dei soci, i Gruppi Archeologici d’Italia possono essere considerati un esempio concreto di ciò che sarebbe possibile realizzare in Italia ove i problemi della cultura non fossero più considerati appannaggio di pochi «iniziati».

La partecipazione diretta dei cittadini alla tutela e alla ricerca archeologica, nelle forme e nei modi che garantiscano il più severo rispetto delle esigenze scientifiche è l’unica strada che una società moderna può scegliere di percorrere.

Questo fenomeno positivo, che anche dall’estero cominciano ad apprezzare e ad imitare, non può restare mortificato da assurde «gelosie» di corporazione.

In Italia si fa un gran parlare di «politica per i beni culturali», si sono riempite intere biblioteche di studi, inchieste, progetti. Intanto i reperti pubblicati periodicamente dell’Arma dei carabinieri sui danni e sui furti subiti dal nostro patrimonio artistico di anno in anno aumentano di consistenza: sono i bollettini che scandiscono le tappe di una guerra destinata alla sconfitta. E in una situazione di immobilità generale sarebbe a dir poco grottesco non tener conto dell’esperienza volontaristica, come alternativa ad un sistema che assiste impotente alla sua rovina.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.