Volontari della civiltà

da Archeologia Viva, 1991

Il volontariato nel campo dei beni culturali fu proposto in Italia agli inizi degli anni ’60. Da qualche tempo era iniziata la metodica devastazione delle zone archeologiche italiane, un triste fenomeno che gli organi di tutela affrontavano con strutture obsolete, più o meno le stesse esistenti alla fine del XIX secolo, quando lo Stato unitario, sulla scorta delle esperienze pontificie e borboniche aveva dato vita alle Soprintendenze agli Scavi su tutto il territorio nazionale.

Fu appunto la constatazione della impotenza statale dinanzi al dilagare della ricerca clandestina e del commercio illegale di reperti che determinò la nascita del volontariato organizzato. In precedenza era esistita ( e tuttora sopravvive) la figura dell’ispettore onorario, qualche volta appassionato cultore, più spesso solo una figura di prestigio che in molti paesi d’Italia rappresentava lo Stato nel campo delle Belle Arti. Era l’avvocato, il prete, il farmacista, l’uomo di cultura in genere che, informato di scoperte occasionali, le segnalava alla Soprintendenza, recuperava a sue spese e raccoglieva reperti — da cui in molti casi hanno avuto origini raccolte mussali — che inviava resoconti, più coloriti che scientifici, a «Notizie degli Scavi», che legava in genere il proprio nome alla ricostruzione, spesso fantasiosa e retorica, della più antica storia della propria città.

Queste figure furono travolte dalla «rivoluzione» degli anni ’60, quando tombaroli, lavori agricoli meccanizzati, espansione edilizia, cave e le richieste sempre crescenti dall’Italia e dall’estero di oggetti antichi sconvolsero il tranquillo mondo della ricerca archeologica e della tutela in genere dei beni culturali.

Paura dei volontari. Intanto i tombaroli...

Nel 1963 nasce il primo Gruppo archeologico: in breve tempo la formula si diffonde in tutta Italia. Tra il 1965 e il 1970 il volontariato organizzato fu tollerato, quando addirittura non fu incoraggiato dalle autorità. Ma nel quinquennio successivo, soprattutto quegli ambienti universitari legati alla gestione corporativa dei beni culturali — non dimentichiamo che allora tutti i beni culturali italiani erano gestiti da appena 176 funzionari — assunsero una posizione decisamente critica.

I danni che il patrimonio culturale ha subito dalla sorda ostilità degli ambienti ufficiali nei confronti del volontariato organizzato, ostilità che purtroppo è ancora ben viva in molti ambienti accademici e di riflesso in molte Soprintendenze, sono stati enormi: mentre l’Italia veniva letteralmente saccheggiata da un esercito di tombaroli, percorsa in lungo e largo da mercanti d’arte senza scrupoli che acquistavano tutto — dal vaso d’Eufronio ai documenti degli archivi parrocchiali, dai reperti rubati nei musei ai frammenti ceramici recuperati dai butti medievali — soprintendenti, ispettori, professori universitari, assistenti, avevano un solo incubo: quello di qualche centinaio di volontari organizzati e dichiarati che chiedevano di collaborare con lo Stato per difendere, valorizzare e soprattutto — massimo degli scandali! — ricercare. Furono scomodati sommi giuristi e avvocature di Stato per sancire che nell’Italia democratica tutto è permesso nel nome della libertà, salvo che la ricerca archeologica, compresa quella di ricognizione superficiale, di raccogliere un frammento ceramico da un campo arato e, orrore! Di studiarlo e pubblicarlo.

Resteranno memorabili alcuni processi contro giovani dei Gruppi Archeologici accusati di aver sottratto ai campi arati fondi di pocula acromi di epoca romana. Più o meno negli stessi anni in cui il Lisippo bronzeo di Fano faceva la comparsa nel Paul Getty Museum di Malibù.

Volontariato: un termine di cui si abusa

Questa situazione paradossale, al limite della paranoia, non ha però impedito la crescita del volontariato in Italia e, nei primi anni ’80, la Fondazione Agnelli, dopo un’inchiesta condotta in varie regioni d’Italia, constatava che nel nostro Paese il fenomeno del volontariato organizzato operante nel campo dei beni culturali era ormai diffusissimo e poteva contare su un migliaio di gruppi, forti di oltre centomila iscritti. Un quadro che non trovava confronto in nessun altro Paese europeo, anche laddove il fenomeno poteva vantare esperienze ben più antiche e consolidate e soprattutto appoggi pubblici di gran lunga più consistenti che in Italia. I dati della Fondazione Agnelli sono però troppo ottimistici. Purtroppo, ci si è ormai abituati a definire volontaria qualsiasi associazione culturale, anche quando si tratta soltanto di club che limitano la propria attività all’organizzazione di qualche conferenza, di qualche mostra fotografica e di qualche gita.

Se al volontario torniamo a dare il significato originario dei primi anni ’60, quello cioè di cittadino impegnato attivamente nel campo dei beni culturali, partecipe ai problemi della tutela, della valorizzazione, della ricerca, consapevole dei propri limiti scientifici, ma disponibile ad affiancare l’opera dei tecnici con responsabilità e adeguata preparazione, allora ci accorgiamo che in Italia il fenomeno è ancora limitato, anche se definitivamente consolidato nella coscienza di un ruolo che come non pretende titoli professionistici, così rifiuta facili etichette di spontaneismo e di dilettantismo.

Per nostra conoscenza diretta crediamo che i gruppi di volontariato organizzato veramente operativi in Italia non superino il numero di 200 e che la consistenza dei volontari si aggiri intorno alle 10.000 unità, ma sappiamo anche che se il volontariato italiano fosse incoraggiato e il suo impiego programmato, sarebbero facilmente raggiungibili i dati indicati dalla Fondazione Agnelli.

Un giovane su dieci vorrebbe collaborare

È infatti abbastanza diffuso ormai in tutto il Paese l’interesse per i problemi connessi alla tutela, alla valorizzazione e alla scoperta del patrimonio culturale, un interesse che coinvolge ogni generazione e ogni strato sociale, che testimonia la crescita culturale del nostro popolo.

Sulla base di recenti rilevamenti scolastici realizzati a Roma e in altri centri del Lazio, possiamo affermare che potenzialmente almeno il 10% dei giovani italiani è disposto a interessarsi attivamente — sia seguendo attività culturali che assumendo impegni pratici — della valorizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese. E se è vero che quando si parla di archeologia, la molla dell’interesse scatta con estrema facilità, quando si registra l’adesione , questa, nella stragrande maggioranza dei casi è dettata da sincero spirito di partecipazione democratica e dalla convinzione che il cemento ideale di una comunità è formato dalla coscienza della propria cultura e dalla capacità che abbiamo di conservarla e di accrescerla.

Da questa considerazione è facile comprendere come il naturale interlocutore del volontariato organizzato sia l’Ente locale come il rapporto che in genere si instaura tra due entità possa risultare costruttivo per la definizione e la crescita culturale di una comunità. Un rapporto purtroppo reso difficile da una serie di interessi che costituiscono una ragnatela soffocante di impedimenti.

Conflittualità fra le istituzioni

Allo stato attuale delle cose, manca la capacità di programmazione attraverso un confronto costruttivo a tre (Volontariato, Ente locale, Soprintendenza). Il volontariato nel campo dei beni culturali si muove secondo gli umori delle Soprintendenze: le sue possibilità di impiego nascono da situazioni di emergenza e la sua attività è quindi tollerata per causa di forza maggiore. In questo rapporto l’Ente locale è latitante e d’altra parte, i suoi stessi rapporti con le Soprintendenze sono quasi sempre occasionali e improntati più alla conflittualità che alla collaborazione . Ciò non toglie che non manchino esempi di costruttivi incontri: in genere la nascita di nuovi musei è determinata dall’azione del volontariato in sintonia con l’interesse politico. Quando questo si verifica ed ha costanza di insistere, alla fine anche le Soprintendenze cedono, ma basta pensare a come sia rara la realizzazione di iniziative didattiche e di parchi archeologici o di risanamenti monumentali, per rendersi conto di quanto si sia ancora lontani da una programmazione cosciente e realmente proiettata alla creazione di nuove realtà culturali. D’altra parte, l’aver disabituato l’Ente locale all’amministrare il proprio patrimonio culturale, l’aver coltivato l’idea che tutela, valorizzazione e ricerca siano competenza di Stato, ha condannato innumerevoli testimonianze storiche alla definizione di «minori» nell’ottica di un quadro di insieme che è costretto a graduare l’intervento sul valore artistico del monumento. Questo ha originato una sorta di conflittualità permanente tra amministrazioni civiche e Soprintendenze che è all’origine di tante situazioni di degrado e di distruzioni.

È evidente che il volontariato organizzato potrebbe trovare un ruolo preciso, chiaro e costruttivo, soltanto se venissero restituite al potere locale certe responsabilità dirette e le Soprintendenze assolvessero al compito di soprintendere più che a quello di intervenire sempre e ovunque in prima persona.

Possibilità operative in tre settori

In una situazione siffatta il volontariato organizzato è venuto a trovarsi ad operare in condizioni di estrema contraddittorietà.

Attualmente è possibile operare come volontari in tre precisi settori nell’ambito dei beni culturali: quello della tutela, della valorizzazione e della ricerca, in rapporto diretto con le Soprintendenze: quella della Protezione civile — settore BB.CC. — alle dipendenze di sindaci e prefetti; quello della didattica con Comuni e scuole. L’aspetto più grottesco della situazione è nel settore della Protezione civile-Beni culturali, dove si registra il paradosso che quei volontari, sottoposti in tempi normali a tutta una serie di restrizioni per quanto riguarda il contatto con il bene culturale, in caso di calamità diventano protagonisti, mobilitati da prefetti e da sindaci all’insaputa spesso delle Soprintendenze.

La situazione richiede ormai interventi razionali, che tengano conto delle varie sfaccettature del problema.

Se per gli interventi sui BB.CC. in caso di calamità esiste un albo del volontariato organizzato, perché questo non può essere esteso anche alla tutela, alla valorizzazione, alla ricerca?

È ora di mettere definitivamente in soffitta organismi ormai anacronistici — come gli ispettori onorari — e guardare avanti: se è vero che il volontariato è un vanto dell’Italia moderna e democratica, ebbene lo si metta in condizione di contribuire effettivamente alla crescita culturale del Paese.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.