Valorizzazione dell’Etruria laziale

Prospettive e strategie

Dagli atti del seminario: «Valorizzazione dell’Etruria laziale. Prospettive e strategie» (Tarquinia 20-22 aprile 1989)

I gruppi e le associazioni di volontariato archeologico operanti in Etruria meridionale si ricollegano idealmente a quell’associazionismo ottocentesco che aveva cercato di ricostruire l’identità culturale della propria terra esplorando necropoli e resti di città dimenticate.

Da quelle esperienze nacquero i primi musei della Tuscia e tante figure di ricercatori che mantennero viva la memoria del passato, anche quando, dopo l’istituzione delle soprintendenze di Stato molte delle società archeologiche, esaurito il loro compito, si erano sciolte.

Poi, agli inizi degli anni ’60, l’esplosione del fenomeno clandestino, che determinò per reazione la nascita dell’associazionismo, questa volta caratterizzato dal volontariato a base giovanile.

Oggi, a distanza di 25 anni, possiamo serenamente affermare che quanto accadde da molti non fu capito, né nelle sue motivazioni ideali né nella sua potenzialità di ricerca. E tutto questo non è stato certamente positivo per il nostro patrimonio archeologico: se tante generose energie fossero state indirizzate, se si fosse attuata una strategia di interventi basata sulla partecipazione dei volontari, piuttosto che contrapporre polemiche a indifferenza, probabilmente ben altro sarebbe oggi il bilancio delle testimonianze storiche tutelate e salvate dalle distruzioni che in questi ultimi decenni hanno devastato l’Etruria meridionale, come il resto del nostro Paese.

Sarebbe però ingeneroso dimenticare che proprio nell’Etruria meridionale il volontariato ha trovato il modo di esprimersi concretamente grazie ad un rapporto di collaborazione con la Soprintendenza che, pur conoscendo momenti difficili, ha consentito importanti scoperte e notevoli operazioni di valorizzazione.

Non è certo un caso che Mario Moretti, il soprintendente degli anni ’60, sia oggi il presidente di una delle maggiori associazioni italiane di volontariato archeologico.

Alla fine degli anni ’60, il volontariato nell’Etruria meridionale cominciò ad impegnarsi in quella che resta la sua attività più congeniale: la ricognizione. In pochi anni, la carta archeologica della regione si arricchì di migliaia di siti che hanno consentito nuovi studi e nuove ricerche. Questo tipo di esplorazione, questo rapporto con l’ambiente, ha favorito la formazione di una particolare figura di archeologo, capace di operare in un contesto di storia totale e attento ai multiformi esiti cui un rapporto uomo territorio ha origine secondo le diversità ambientali, economiche ed ergologiche in cui si manifesta.

L’esperienza di ricerca svolta nell’associazionismo, integrata da un contatto continuo con il volontariato europeo, l’abitudine ad operare in contesti di microstoria, il rapporto con una realtà locale, che di fronte a situazioni di sempre maggior degrado e distruzione rivendica il diritto di riappropriarsi della propria memoria storica, non poteva che generare, sul lungo periodo, un numero ragguardevole di giovani interessati professionalmente al discorso Beni culturali, sicché oggi l’associazionismo volontaristico nell’Etruria meridionale conta tra le sue fila una percentuale altissima di studenti e laureati in Lettere classiche con indirizzo archeologico.

Nei Gruppi della Tuscia, ad esempio, questa percentuale, sul totale dei volontari impegnati in attività di ricerca (circa 500), è di poco inferiore al 30%.

Uno dei problemi che si pose all’inizio del fenomeno volontaristico era stato quello del rapporto operativo con i funzionari archeologi della Soprintendenza.

Venti anni fa, un grande ostacolo alla collaborazione dei volontari era costituito dal numero esiguo di ispettori e assistenti.

Oggi questo non è più un impedimento insuperabile, senza contare che ormai non sono pochi i funzionari che provengono o che addirittura militano nell’associazionismo volontaristico, sicché la collaborazione è resa ancor più proficua da questa reciproca conoscenza.

Riteniamo che anche per questo motivo la Soprintendenza per l’Etruria meridionale possa considerarsi all’avanguardia per quanto concerne il rapporto con l’associazionismo volontaristico, un rapporto che si concretizza in dati di tutto rispetto.

Limitatamente al G.A.Romano, l’attività di ricognizione condotta d’intesa con i funzionari di zona, e la partecipazione di volontari a cantieri di valorizzazione (ripulitura di aree archeologiche) o di scavo, relativamente al 1988, ha totalizzato 2.280 presenze di ricognizione, 2.600 presenze nei cantieri di valorizzazione e 2900 nei cantieri di scavo.

I risultati di questa collaborazione sono ormai universalmente riconosciuti e citati sia in Mostre (si pensi a quella di Orbetello del 1985, dove furono presentate le ricognizioni condotte dal GAR tra il 1979 e il 1985 nell’Agro Castrense e Vulcente) che in pubblicazioni specializzate (ad esempio, le ricerche del GAR nella valle del Mignone, tra il 1975 e il 1984, su Archeologia Medievale).

Anche le pubblicazioni edite dall’associazionismo rispecchiano questa raggiunta maturità.

Oltre al GAR, è da segnalare in questo settore l’attività della Centumcellae di Civitavecchia, sia per quanto concerne i risultati di ricerca recenti che per la pubblicazione di documentazioni e appunti di archeologi locali della prima metà del secolo.

L’esperienza di questi ultimi anni ci dice che l’attività del volontariato organizzato dà i suoi maggiori risultati quando può contare sull’attenzione, sulla collaborazione e sulle direttive della Soprintendenza.

È per questo che auspichiamo da sempre un rafforzamento degli organici tecnici statali e appoggiamo con particolare entusiasmo l’idea di istituire nelle Soprintendenze un biennio di praticantato per i neo laureati. Più la presenza dell’organo tutorio sul territorio sarà capillare, più il contributo del volontariato potrà effettivamente risultare utile alla ricerca, alla tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio archeologico.

È evidente che l’associazionismo non deve limitarsi ed esaurirsi in un’offerta di semplice manovalanza. Il volontariato deve aggiornarsi continuamente e, per quanto nelle sue possibilità, stare al passo con l’evoluzione dei metodi e delle tecnologie.

E’ con questo obiettivo che il 13 e il 14 maggio prossimo si riunirà a Santa Severa un Seminario in cui le esperienze del volontariato italiano di campo informatico saranno esposte ai rappresentanti dei Gruppi e delle Associazioni dell’Etruria meridionale per indicare loro nuovi campi d’azione e d’applicazione.

Nella stessa ottica, dal 5 al 10 giugno, a Tolfa, si riuniranno i rappresentanti delle principali associazioni volontaristiche archeologiche europee per confrontare esperienze ed estendere programmi di collaborazione.

Una caratteristica fondamentale dell’associazionismo archeologico è quella di impegnare il volontariato non solo nella ricerca, ma di abituarlo all’attività di diffusione culturale per favorire la conoscenza del patrimonio archeologico della regione negli strati più diversi dell’opinione pubblica, dal mondo del lavoro a quello della scuola.

Il volontariato si alimenta attraverso una continua azione promozionale tra i giovani e ovviamente l’associazionismo archeologico ha sempre dedicato particolare cura ai rapporti con il mondo della scuola. A questo riguardo posso ancora fornire dei dati relativi all’azione didattica svolta al GAR nel 1988.

Le conferenze, i corsi, le visite guidate, le escursioni in aree archeologiche, le iniziative di archeologia sperimentale, i campi scuola promossi dal GAR nell’anno passato, hanno coinvolto oltre 8.000 studenti, il 50% dei quali sono stati interessati alla conoscenza dell’Etruria meridionale.

Se a questo aggiungiamo l’attività delle cooperative collegate al GAR, una delle quali è impegnata quotidianamente nel Parco dell’Appia Antica, nel quadro di un progetto promosso dalla X Ripartizione del Comune di Roma, le cifre risultano raddoppiate e trovano un riscontro nei dati associativi del Gruppo che, su oltre 2.000 iscritti, registra il 40% di studenti e il 30% di insegnanti.

Se oggi la collaborazione tra l’Associazione e la Soprintendenza può considerarsi più che soddisfacente, si avverte però la necessità che un analogo rapporto si instauri con la Regione, soprattutto per quanto concerne una strategia globale di interventi sia nel campo della ricerca che in quello della valorizzazione.

Le associazioni hanno l’impressione che la Regione Lazio, per quanto concerne lo sviluppo del patrimonio museale e monumentale dell’Etruria meridionale, non abbia una politica pianificata: si valorizzano zone archeologiche ma non si pensa alla loro guardiania, si dà il via libera a nuovi musei civici senza aver prima reso pienamente funzionanti quelli esistenti.

Soprattutto ci sembra abbastanza grave che l’indirizzo politico in questo settore, almeno apparentemente, non esista e venga surrogato all’intervento della Soprintendenza che, pur essendo solo un organo tecnico, è costretta a svolgere un ruolo improprio.

Chiediamo dunque una strategia politica regionale e chiediamo di poter concorrere, nei limiti delle nostre possibilità e competenze, alla sua formulazione.

Vorremmo che nell’ottica di una storia globale l’archeologia di questa regione non si esaurisse in un orizzonte etrusco, ma abbracciasse tutti i momenti del nostro passato, soprattutto di quel medioevo da cui nascono le nostre città e che vediamo scomparire giorno dopo giorno tra l’indifferenza di cittadini e amministratori.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.