Rinvenuto a Pian della Salara un abitato etrusco del VI secolo

da «Il Carroccio» del 21 aprile 1968

Dopo Fontana Nuova e il salvataggio della Tomba del Maestro delle Olimpiadi, la breve storia del nostro Gruppo Archeologico si arricchisce di un’altra bella pagina: il ritrovamento di un alfabeto etrusco del VI sec. a.C. fra gli scassi della lottizzazione di Pian della Salara. Si tratta del primo alfabeto etrusco rinvenuto in territorio tarquiniese.

La scoperta si deve in parti uguali allo scrivente e ad Antonio Borrini, l’operaio che ebbe la fortuna di recuperare il tesoro di monete medievali a Fontana Nuova. L’importante documento è stato pubblicato recentemente dal dott. Mauro Cristofani in un pregevole quaderno di Archeologia dedicato all’epigrafia etrusca.

Purtroppo l’alfabeto è incompleto essendo stati recuperati soltanto due frammenti del vaso su cui era riprodotto. Sono leggibili soltanto 12 lettere (due delle quali in parte) delle 20 che presumibilmente lo componevano. Si tratta dei segni corrispondenti ai suoni A, H, TH, I, K, L, M, N, T, U, PH, CH. Mancano: C, E, V, Z, P, S, R e sigma.

Per dare ai nostri lettori una chiara indicazione del valore della scoperta, riteniamo opportuno tracciare brevemente un quadro delle attuali nostre conoscenze sulla scrittura degli Etruschi.

Gli Etruschi conobbero l’alfabeto con l’inizio della colonizzazione greca nell’Italia meridionale. I più antichi documenti sinora rinvenuti (metà del VII sec. a.C.) a Vaio, Cerveteri, Viterbo e Marsiliana d’Albegna presentano le stesse caratteristiche della scrittura usata dai Calcidesi, fondatori di Cuma, in Campania (metà dell’VIII sec. a.C.).

Gli alfabeti succitati si compongono di 26 lettere e comprendono anche quelle che gli Etruschi non usavano (B, D, O, samek) o che caddero presto in disuso (Q, X, quest’ultimo con valore di S).

L’alfabeto di Gravisca testimonia l’estromissione della serie alfabetica dei suoni non usati in Etruria, avvenuta intorno alla prima metà del VI sec. a.C. È da notare che sono questi gli anni in cui inizia il massimo fulgore di Tarquinia come potenza militare (avvento dei re Tarquini a Roma) e marittima (i commerci con il mondo greco sono testimoniati dall’abbondante materiale vascolare dipinto d’importazione che si rinviene nelle nostre necropoli).

In queste stesse pagine, presentiamo un esempio di alfabeto della seconda metà del Vi secolo (Roselle), in cui risulta introdotto il segno a 8, indicante il suono F, sconosciuto ai greci.

La fortunata scoperta di Pian della Salara ripropone all’attenzione delle Autorità il problema di Gravisca.

Come è noto, i resti dell’antico scalo tarquiniese tornarono alla luce in seguito a lavori di lottizzazione della Società Sant’Isidoro. L’intervento tempestivo del Gruppo Archeologico, la comprensione della società lottizzante e l’interessamento della Soprintendenza permisero di evitare l’irreparabile scempio di Gravisca, forse non inferiore a Pyrgi come importanza.

Grazie alla particolare sensibilità dimostrata dai dirigenti della Sant’Isidoro, fu ventilata alla Soprintendenza la possibilità di destinare a parco archeologico, a spese e per conto della Sant’Isidoro stessa, quella zona che fosse risultata particolarmente importante per l’ubicazione dell’antico centro. La Sant’Isidoro desiderava soltanto che la Soprintendenza indicasse tale zona, concedendo alle eventuali aree sterili il placet per la lottizzazione.

Sono però passati due anni e Villa Giulia non si è ancora pronunciata.

In realtà è particolarmente difficile delimitare la zona archeologica che si estende nell’entroterra, verso e oltre la Torraccia.

Uno studio preliminare delle fotografie aeree scattate nella zona, anche a cura del Gruppo Archeologico Tarquiniese, rivelano tracce di grandi edifici. Sembra che nell’area della Torraccia siano addirittura da ubicare gli impianti portuali.

I rinvenimenti effettuati sino ad oggi a Gravisca (oltre all’alfabeto, negli anni passati vi fu recuperata una lapide di età romana che riporta l’elenco dei membri di una corporazione) e l’importanza storica della zona, che conobbe momenti di splendore sia in epoca etrusca che romana, impongono alla Soprintendenza la massima cautela.

Tuttavia ci permettiamo sollecitare il dott. Moretti affinché voglia pronunciarsi definitivamente sulla questione, considerando la buona volontà della Sant’Isidoro che non ha mai nascosto la sua disponibilità ad una soluzione intesa a valorizzare archeologicamente l’area di Gravisca. E con i tempi che corrono di pirateria edilizia, non è cosa di poco conto trovar gente disposta a sacrificare i propri interessi a beneficio della scienza e della comunità.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.