Tarquinia dagli etruschi ai nostri giorni

da «Il Carroccio» del 24 marzo 1968

Il Piano Regolatore di Tarquinia è ormai prossimo a divenire realtà e le prime notizie sull’argomento parlano di soluzioni ardite e nuove escogitate dagli architetti Miarelli e Benedetti in previsione della logica espansione demografica della nostra città.

Augurandoci di contribuire, seppur modestamente, alla loro fatica, abbiamo riunito in questo scritto una serie di dati sullo sviluppo degli insediamenti urbani nel territorio tarquiniese durante 27 secoli. Da quanto siamo riusciti a raccogliere è possibile convincerci, in linea generale, che l’attuale fase di espansione demografica sta concentrandosi spontaneamente in zone che già in passato furono fiorenti centri di vita e di civiltà.

In epoca etrusca

Si ritiene che le necropoli etrusche sinora accertate in territorio tarquiniese si estendono su un’area di circa 500 ettari e che in esse siano state sepolte non meno di 600 mila persone, in un periodo di tempo valutabile fra il VII e il I secolo a.C.

Se consideriamo che l’età media di un etrusco, calcolata in base all’esame di un cospicuo campionario osseo, era di circa 43 anni, è possibile affermare che, nello spazio di sette secoli, siano vissute nel territorio tarquiniese 17 generazioni, con una media approssimativa di 35.000 abitanti per generazione. Questa cifra va ovviamente diminuita per i secoli dell’origine (VII sec.) e dalla decadenza (IV-III-II-I sec.), mentre va considerevolmente aumentata per quelli del massimo splendore della città (VI-V sec.).

I dati suddetti trovano una conferma nella estensione dell’area urbana tarquiniese (racchiusa in una cinta muraria lunga ben 10 km.) e negli insediamenti disseminati lungo la costa e nel territorio. Le ricerche archeologiche e le notizie degli antichi autori ce ne indicano numerosissimi.

Innanzitutto esistevano agglomerati di non rilevante importanza ad oriente, verso Monteromano (nella zona della Turchina), e a sud, verso Allumiere (Cencelle). Quest’ultimo centro, che ospitò nell’Alto Medioevo i fuggiaschi civitavecchiesi, è forse insieme a Luni sul Vesca, uno dei due castelli distrutti dai Romani nel 386 a.C. e segnalati da Livio con I nomi di Cortuosa e Contenebra.

Un altro agglomerato urbano esisteva sul colle di Corneto.

Lungo la costa, prosperavano alcuni scali marittimi: Rapinio (a cui appartiene probabilmente la necropoli de La Scaglia, in territorio civitavecchiese), alla foce del Mignone; Gravisca, presso l’attuale Porto Clementino (una modesta parte della necropoli appartenente al centro etrusco è venuta alla luce nell’area di una lottizzazione della Soc. Sant’Isidoro); Martano, nella zona di Pian di Spille (la necropoli delle Grottelle è forse assegnabile a questo centro) e Quintana, presso la foce dell’Arrone.

L’esistenza e la posizione di questi quattro scali ci è documentata dall’Itinerario Marittimo d’Antonino, il quale ci fornisce le distanze che intercorrevano fra loro. Rinvenimenti occasionali e ricerche archeologiche hanno confermato l’esattezza dei dati tramandatici dall’autore Latino, soprattutto per Rapinio, Gravisca e Martano.

Di questi centri, il più importante in epoca etrusca, era probabilmente Martano, che sorgeva alla foce del Marta e poteva essere comodamente collegato per via fluviale alla città. Si tenga presente che il corso del Marta all’altezza dell’attuale ferrovia, fu forzatamente deviato, con una angolazione di circa 90°. Ciò accadde probabilmente nel Medioevo. Nello spostamento della foce del Marta è da ricercarsi la causa dell’erosione della costa nella zona di Pian di Spille (per cui è possibile rinvenire ben dentro mare resti appartenenti a Martano) e dell’insabbiamento di Porto Clementino.

In epoca romana

Gravisca sostituì Martano per importanza in epoca romana. Il centro etrusco, fiorente nel VI-V secolo (almeno a giudicare dal materiale ceramico che si raccoglie nella zona) fu abbandonato quasi certamente a causa delle incursioni siracusane, condotte lungo le coste tirreniche dopo la disfatta della flotta etrusca nelle acque di Cuma (metà del V sec. a.C.).

Nel 181, secondo quanto ci dice Velleio Patercolo, i Romani dedussero nella stessa zona la colonia Graviscana (Livio ci ha tramandato anche I nomi dei fondatori: C. Calpurnio Pisone, P. Claudio Pulcro e Terenzio Istro) per strappare alla malaria (il nome di Gravisca – che è latino e non etrusco – deriva dal termine gravis = malsano) la regione costiera, spopolata dalle incursioni piratesche cartaginesi, condotte durante la seconda guerra punica (219-201 a.C.). Probabilmente lo stesso morbo malarico è di provenienza punica.

Dopo un inizio incerto, Gravisca romana prosperò, sicché, durante il regno di Ottaviano, la troviamo inclusa nell’elenco dei Comuni d’Etruria, insieme a Tarquinia.

In epoca romana, il nome di Tarquinia è sempre unito a quello di Gravisca. Così li troviamo sulla Carta Peutingeriana del III-IV sec. d.C. (insieme ad un piccolo centro – Tabellaria –, sorto lungo la strada Aurelia, presso l’attuale stazione ferroviaria). Tarquinia e Gravisca erano amministrate dallo stesso Prefetto o Curatore ( di due conosciamo i nomi: Publio Centonio e Petronio Meliore). È da ritenere che ancora nei primi secoli della nostra era la popolazione complessiva di Tarquinia, Gravisca, Corneto (che senz’altro esisteva come centro a sé) Martano e Tabellaria fosse superiore a quella dell’attuale nostra città.

Nel Medioevo

Con la decadenza dell’impero, però, si acuisce il fenomeno malarico e nei secoli compresi fra il V e il X il territorio subisce notevole spopolamento.

Scrive Namaziano nel 416, navigando lungo le nostre coste: «vediamo i radi tetti dei Graviscani, ammorbati d’estate dal fetore della palude». Namaziano non ci parla di Martano.

Nel 465, 487 e 499 abbiamo Vescovi di Tarquinia e Gravisca, ma nel 504 Corneto sostituisce Tarquinia: l’antica capitale d’Etruria è stata evidentemente abbandonata dalla popolazione.

Dopo il 504 anche di Gravisca travolta dalle incursioni dei pirati vandali prima e saraceni poi, non abbiamo più notizie.

Bisogna attendere il 916 per ritrovare un qualche segno non trascurabile di vitalità sul nostro territorio. In quest’anno Corneto stipula trattati di navigazione con Pisani, Ragusei, Genovesi e Veneziani. Anche l’area di Gravisca dunque ha ripreso a vivere con il suo porto.

La resurrezione del territorio tarquiniese si accentua fra l’XI e il XIII secolo: ne è testimonianza la costruzione di grandi edifici monumentali quali il Palazzo dei Priori e quello Municipale e le chiese di S. Maria in Castello, di S. Pancrazio, di S. Francesco e di S. Giovanni.

Il Valesio fa ascendere la popolazione di Corneto, in questo periodo, a 31.900 abitanti, compreso il contado.

È interessante notare che nella zona dell’antica Tarquinia esistette fino al 1307 un castello di proprietà della famiglia Vaccari, distrutto dai Cornetani in seguito ad una ribellione dell’ultimo dei Vaccari, Enrico.

La nuova fase di decadenza si inizia negli anni compresi fra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. La malaria, la peste, la guerra si abbattono sul nostro territorio e nel 1503 Corneto conta appena 6.810 abitanti. Nell’anno precedente, la peste aveva mietuto numerosissime vittime fra la popolazione e il Papa favorì l’immigrazione nella città di numerose famiglie genovesi. Pochi anni prima, a seguito di altre calamità, Corneto aveva accolto fra le sue mura molte famiglie lombarde e albanesi. Da queste sciagure, a cui si aggiunse la perdita totale della libertà sotto l’ottuso dominio papale, Corneto mai più si riebbe.

Nel 1871, appena liberata dalle truppe di Bixio, la nostra città contava 5.652 abitanti.

In cento anni, da allora, siamo riusciti a raddoppiare appena la nostra popolazione, soprattutto giovandoci di grandi ondate immigratorie.

Tuttavia è innegabile che oggi la nostra regione è avviata verso un nuovo sviluppo e laddove furono gli insediamenti urbani più notevoli dell’antichità torna la vita: a S. Agostino (Rapinio), a Porto Clementino (Gravisca), a Marina Velca (Martano), Spinicci (Quintana), presso la stazione ferroviaria (Tabellaria).

Non è dunque opportuno tenerne il debito conto in sede di Piano Regolatore?

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.