La scoperta di Tarquinia

Storia archeologica dal Medioevo al 1700

Da Bollettino (STAS) n. 14, 1985

Ricostruire la storia della «scoperta» di Tarquinia etrusca, ripercorrendo dal Medioevo ad oggi i momenti che hanno reso celebre il nome della nostra città in campo archeologico, non è impegno da poco, perché nessuno ha ancora dedicato uno studio organico e completo ad almeno 500 anni di ricerche condotte nel territorio tarquiniese, ove si escluda la premessa con cui Massimo Pallottino introduce la sua opera su Tarquinia etrusca-romana.

Esistono sicuramente ancora parecchi documenti che potrebbero aiutarci a tracciare un quadro più esauriente degli scavi eseguiti nei secoli passati, eseguiti purtroppo più per impadronirsi degli oggetti preziosi che per ricostruire le vicende remote del territorio tarquiniese.

A questo riguardo ritengo che l’esame dell’Archivio comunale e di quello dell’Università Agraria potrebbe riservarci qualche notizia inedita.

Questo scritto si limita a passare in rassegna le informazioni che possediamo dal Medioevo alla fine del 1700, mentre ci ripromettiamo di trattare in altra occasione sia le ricerche condotte nel 1800 che quelle del secolo attuale.


Che cosa si sapeva dell’antica Tarquinia nel Medioevo? Considerando il livello culturale dei pochi dotti vissuti in Corneto tra il 1000 e il 1300, possiamo pensare che nessuno abbia avuto coscienza della presenza etrusca nella zona, anche se certamente le tombe dipinte del Calvario e dei Monterozzi erano ben note. Indicate come «grotte pinte», in alcune di esse abbiamo trovato la traccia sicura del passaggio di visitatori medievali, come nel caso della tomba Bartoccini.

Questa ignoranza non deve meravigliarci, se consideriamo quanto siano avare le fonti storiche e letterarie di notizie sia storiche che topografiche su Tarquinia etrusca.

Tarquinia è la città fondata da Tarconte, mitico condottiero delle genti tirreniche; a Tarquinia si manifesta Tages che a Tarconte detta i libri dell’Etrusca Disciplina. A Tarquinia sbarca l’esule Demarato e da Tarquinia trae origine il primo re etrusco di Roma.

Contro Tarquinia Roma combatte nel IV secolo una delle più difficili guerre anti-etrusche. Da Tarquinia Scipione riceve le tele necessarie per la velatura delle navi che lo portano in Africa, all’appuntamento di Zama. Nel territorio tarquiniese nel 181 a.C., i romani deducono la colonia di Graviscae, citata nell’itinerario di Antonino e nel De Reditu di Namaziano.

I riferimenti topografici sono pressoché inesistenti ed è difficile che qualcuno abbia saputo collegare la Tarquinia delle fonti con il colle della Civita, anche se i toponimi di Castel Tarquinio, Tarquene, Turchina erano abbastanza trasparenti.

È stata la ricerca archeologica moderna a rivelarci la maggior parte di ciò che oggi sappiamo sulla Tarquinia etrusca e le nostre cognizioni sono probabilmente superiori a quanto conoscevano della nostra città gli stessi storici antichi che ce ne hanno lasciato memoria.

Solo nel 1400 abbiamo notizie più precise sulla considerazione che i cornetani dedicano alle memorie del loro più remoto passato. Una poesia di Lutio Vitelli – un Vitelleschi –, dedicata a Francesco Filelfo per magnificare l’antica grandezza di Corneto, è a questo riguardo rivelatrice:

«Superstiti, stanno, monumenti eccelsi, superiori a quelli di ogni altra terra. Immensi palazzi scavati nella roccia bianca formavano infinite dimore per una grande gente. Fonti vive di dentro, sedili tagliati all’intorno. Fenditure assicurano alla luce l’accesso alle stanze. E in un luogo, certo la reggia di Corito Re, un soffitto cesellato, meraviglioso. Gli occhi vorrebbero ancoraa fissarsi su quelle memorie scolpite, ma il tempo, la lunga giornata, ha consumato quell’opera prima. Vi sono, infatti, effigi e sepolcri d’uomini antichi: statue d’eroi, simulacri di dei. Tuttavia, a testimonio, lettera scritta non resta. Molto è ancora là sotto; ma sarebbe venuto alla luce scavando gli accessi con cura».

Il riferimento alle «effigi» e alle «statue di eroi» ricorda evidentemente i dipinti delle tombe e i sarcofagi dei grandi sepolcri gentilizi di epoca ellenistica, mentre gli «immensi palazzi, scavati nella roccia bianca» sono forse, come pensa Pallottino, le maestose cave sotterranee di macco esistenti sotto il colle di Corneto.

La poesia di Lutio Vitelli è interessante anche per il riferimento a Corito, come mitico fondatore di Corneto, una leggenda che la nostra città coltivò per secoli e che trovò la sua consacrazione nell’afresco seicentesco della sala consiliare in palazzo municipale.

Sempre nel XV secolo sappiamo che Annio da Viterbo è a conoscenza di una tomba tarquiniese con dipinti e iscrizioni, probabilmente quella del Cardinale, ormai illeggibile, una tomba che ha accompagnato tutta la storia degli scavi del nostro territorio.

Di questo secolo abbiamo infine un testimone d’eccezione: nell’archivio di Firenze si conserva un disegno di Michelangelo che riproduce una testa di Aita, tratto da una pittura tombale tarquiniese. Non sembrerebbe però essere stato ispirato dalla celebre pittura dell’Orco II, a meno che non si tratti di una libera rielaborazione del grande artista.

Nel 1500 le notizie di scavi e di scoperte si fanno più numerose. Citiamo il rinvenimento del c.d. sepolcro di Nicodemio, ritrovato nella zona di Pian di Spille, che restituì una grande quantità di oggetti d’oro, utilizzato per riparare i ponti sul Marta e sul Mignone, danneggiati da una piena.

Nel 1544, il cardinale Farnese chiese ed ottenne dal Consiglio di Corneto tutte le «antichità marmoree» raccolte nella città.

Ben più significativa è una lettera del 1599 di mons. Zacchia, il quale, avendo avuto notizia che esisteva «in Corneto una quantità di metallo che ascenderà alla somma di scudi 6000, e perché se n’ha molto bisogno qua, per la fabbrica della Cappella del SS Sacramento, che N.S. fa fare in S. Giovanni Laterano, ne chiede la consegna, certo che le autorità di Corneto sarebbero state contente… per la devozione che hanno verso la S. Sede».

Non sappiamo se il «metallo» raccolto dai Cornetani fosse destinato alla fusione o conservato in una civica collezione antiquaria. È però evidente che tanto materiale era frutto di una estesa ricerca e che quindi è databile almeno a questo secolo il primo saccheggio intensivo della necropoli e dell’area della Civita.

Sempre in questo periodo, un’altra notizia ci viene da Antonio da Sangallo: in uno schizzo conservato presso l’archivio di Firenze, eseguito dal noto architetto toscano durante una sua visita all’area della Civita, egli nota l’esistenza di una monumentale cisterna colonnata di cui ci fornisce anche alcune misure. La struttura non è stata ancora ritrovata, anche se presumibilmente è localizzabile nell’area compresa tra l’attuale Casale degli Scavi e la Castellina. Non è escluso che la cisterna sia venuta alla luce nel 1500 durante le ricerche di antichi materiali (marmi e metalli) nell’area della città antica.

Per il secolo successivo non disponiamo di molti dati: le Croniche di Muzio Polidori sono l’unica nostra fonte. Polidori, anche se mostra di conoscere che la Tarquinia etrusca si trovava nel territorio di Corneto, non fornisce alcuna notizia sulle tombe dipinte. Come se durante il 1600 si fosse bloccata ogni attività di scavo e le tombe note nei secoli precedenti fossero andate perdute.

«In quella contrada che hora è detta de Monterozzi o Cocumelleti, contigua alla città dalla parte d’oriente… si scorge una bella ordinanza e vaga struttura di Grotticelle, con collinette ad arte composte, che si credono sepolcri degli antichissimi progenitori».

Sempre il Polidori, dopo aver notato che, dopo la requisizione del Cardinale Farnese e di mons. Zacchia, «di presente altre memorie antiche non si vedono che alcuni marmi», riporta tre iscrizioni etrusche, tra cui quella del sarcofago di Ravnthu Felci, nella chiesa di S. Martino, che il Pallottino assegna alla tomba del Cardinale.

Anche se agli inizi del 1600 Thomas Dempster scrive il De Etruria Regali, spinto dalle scoperte che sin dal 1500 hanno colpito la fantasia di cultori toscani di cose antiche, dobbiamo attendere oltre un secolo (1723) perché il suo manoscritto sia pubblicato. Con questo avvenimento editoriale si apre la ricerca antiquaria in Etruria, affermandosi nello spazio di circa 15 anni.

Per quanto riguarda Tarquinia, sarebbe interessante indagare il mondo di quell’Accademia Etrusca, nata a Corneto nel 1726 per iniziativa di Ridolfino e Marcello Venuti. Innanzi tutto perché fu grazie a questa istituzione che si ritenne e si ritiene ancor oggi risolto il problema dell’identificazione della Cortona Etrusca in favore della cittadina toscana, piuttosto che di Corneto, e in secondo luogo perché è molto probabile che alcune «anticaglie» affluite a Cortona in questo periodo possano essere di provenienza tarquiniese. Basti pensare che il primo nucleo della collezione cortonese apparteneva a quell’Onofrio Baldelli che a Roma aveva messo insieme una cospicua collezione di antichità e che Ridolfino Venuti, trasferitosi a Roma, fu dal 1744 «antiquario e commissario apostolico sopra tutti gli scavi di antichità».

Che a Corneto si sia rivolta l’attenzione dei ricercatori-collezionisti dell’epoca – Maffei, Gori, Peruzzi, Antinori – è possibile, se si considera che la «scoperta» settecentesca degli etruschi nel nostro territorio risale al 1736. In quest’anno, infatti, il domenicano Gian Nicola Forlivesi segnalava ad alcuni studiosi l’esistenza delle tombe dipinte e nel 1739 Scipione Maffei è a Corneto dove visita almeno la tomba della Mercareccia, quella dei Ceisinie e quella del Biclinio, quest’ultime due perdute.

«Raro è di goder tanto – scrive Maffei – perché le pitture appaiono belle e fresche al primo apparire delle grotte, ma dopo che l’aria c’entra liberamente, in pochi minuti tutto si smarrisce e la malta, sopra cui sono, s’inumidisce e va cadendo».

Anche il Gori ebbe una corrispondenza con il Forlivesi, dal quale ricevette alcune fantasiose riproduzioni di pitture etrusche che utilizzò per notizie e incisioni pubblicate nella sua opera Museum Etruscum.

Nel 1758 il Winckelmann visitò Corneto: nel suo resoconto cita la tomba del Cardinale – riscoperta poco prima del suo arrivo – nella quale conta 200 figure.

Sarà però un inglese, Thomas Jenkins, mercante di antichità operante a Roma, che ci lascerà la prima descrizione esauriente delle tombe tarquiniesi.

Il 17 marzo 1763 egli pubblica infatti sul Philosophical Transactions of the Royal Society di Londra un’ampia corrispondenza e alcuni schizzi tratti dalla tomba del Cardinale.

Con Jenkins erano venuti a Corneto anche alcuni disegnatori, incaricati di riprodurre le pitture allora note: l’inglese John Byres e il polacco Franciszek Smugliewicz che, tra il 1763 e il 1766 eseguono le incisioni delle tombe dei Ceisinie, della Mercareccia, del Cardinale, della Tappezzeria e del Biclinio con parecchie libertà di esecuzione.

Dopo di loro si interesserà alla pittura tarquiniese anche G.B. Piranesi, traendone alcuni motivi per le sue fantasiose composizioni.

Furono I disegni di Byres e di Smugliewicz che, circolando tra i collezionisti e i cultori di cose antiche, suscitarono l’attenzione del mondo scientifico e di quello antiquario sulla necropoli di Tarquinia.

Solo nel 1800, però, si scatenerà la ricerca forsennata che porterà al secondo metodico saccheggio delle tombe e della Civita, dopo quello perpetrato nel 1500.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.