La Fontana antica di Tarquinia

Notizie storiche, resoconto dei lavori e proposte di sistemazione

Testo di un opuscolo edito nel 1965 dal Gruppo Archeologico Tarquiniese in occasione del recupero del monumento e posto in vendita a Tarquinia per finanziare i lavori di restauro e sistemazione dell’area.

Io non andrò più cercando una Terra nuova che non sia stata mai ferita dalla lama dell’aratro; ora ho bisogno di antichi muri deserti che mi rendono a volontà le mura di Babilonia o le legioni di Farsalo, grandia ossa!, campi i cui solchi mi insegnano, e dove io, uomo, ritrovo il sangue, le lacrime e i sudori dell’uomo.

Chateaubriand

Leggende e ipotesi su Fontana antica

Sulla destra della strada che dalla Porta Castello di Tarquinia conduce al Mattatoio, addossate alla roccia del colle, affioravano dal terreno, ricoperte da erbacce, le strutture superiori d’un monumento medioevale di notevoli proporzioni.

Lo scavo condotto dal Gruppo Archeologico Tarquiniese ha inequivocabilmente appurato che tali strutture appartenevano alla versione più antica di quella fontana che, nei pressi, viene indicata da secoli con l’appellativo di «nuova».

Sull’origine di questo complesso non possediamo alcun documento.

Il Dasti riporta notizia di una tradizione secondo cui la Fontana sarebbe stata eretta durante l’impero di Onorio (395-423 d.C.), convogliandovi le acque del condotto sotterraneo. [L. Dasti, Notizie storiche di Tarquinia e Corneto, Roma 1878, p. 494]

Se la notizia fosse esatta, il cunicolo dovrebbe essere ritenuto di origine etrusca, perché non è da credere che negli anni tempestosi dell’impero di Onorio si sia potuto mettere mano all’imponente lavoro della via sotterranea.

Questo farebbe anche supporre che già in epoca etrusco-romana sia esistita allo sbocco del cunicolo una fontana; soltanto un’esplorazione accurata della zona, però, sarà in grado di confermare l’esattezza dell’ipotesi.

La vaga tradizione del V secolo, d’altronde, potrebbe far pensare ad una confusione nata tra il nome dell’Imperatore e quello del Pontefice Onorio II (1124-1130). In questo caso, la costruzione della fontana sarebbe contemporanea alla chiesa di Santa Maria, come suggerisce d’altronde lo stile architettonico dei due monumenti.

Da Fontana antica a Fontana nuova

Le strutture romaniche di Fontana antica sono databili al XII secolo.

Se nella zona era esistito un complesso di epoca classica, esso andò sicuramente distrutto durante il tristissimo periodo delle incursioni saracene. [Nel IX secolo, i saraceni desolarono il territorio tarquiniese: Corneto fu abbandonata dai suoi abitanti e, proprio in questi anni, viene a mancare la serie dei Vescovi della città (Valesio, Codice, p. 19)]

Pur non possedendo la minima notizia sulle vicende di Fontana antica, dai documenti in nostro possesso possiamo senz’altro ritenere che essa fu abbandonata e sostituita da Fontana nuova sul finire del 1300.

Nel XIV secolo, le regioni sottoposte all’autorità del Pontefice romano vissero momenti di grande anarchia e Corneto [L’attuale Tarquinia ha conservato il nome di Corneto per tutto il Medioevo sino al 1872, anno in cui fu assunta la denominazione di Corneto-Tarquinia. Successivamente, il nome Corneto fu definitivamente abbandonato] fu al centro di numerosi fatti d’armi che, tenendo in subbuglio la città, impedirono di curare la conservazione di monumenti ed opere di interesse pubblico, quale dobbiamo considerare Fontana Antica che assicurava con le sue acque l’irrigazione della contrada che si stende dinanzi ai dirupi settentrionali del colle di Corneto.

Le lotte intestine fra Guelfi e Ghibellini, le sollevazioni contro i signori imposti dall’Imperatore, le guerre fra il Prefetto di Vico e Cola di Rienzo, prima, e l’Albornoz, poi (nel 1353, il Prefetto espugnò la città menando strage di cornetano), le continue scaramucce con i Viterbesi, travagliano per tutto il secolo la vita di Corneto e solo il ritorno del Pontefice da Avignone inaugurò un periodo di relativa tranquillità. [Il Pontefice Urbano V, che riportò la sede apostolica da Avignone a Roma, sbarcò il 2 giugno 1367 nella rada di Corneto]

Agli albori del XV secolo rinascono in Corneto le Corporazioni [Negli “Statuti degli Ortolani” si legge: «molte compagnie et arti della Terra di Corneto» erano «manchate et relicte» negli anni precedenti l’elaborazione degli Statuti stessi] e ricevette nuovo impulso l’agricoltura, unica ricchezza della zona. In particolare, fu curata la coltura ortiva e vennero ripristinati i complessi che, anche in passato, assicuravano l’acqua al territorio. [Presumibilmente, le parti in muratura del cunicolo furono eseguite in questo periodo]

Sul finire del 1300 Fontana nuova sostituì probabilmente l’antica.

Negli Statuti degli Ortolani di Corneto del 1379, sono citate le due fontane che assicuravano l’irrigazione degli orti nei pressi della città. Una delle due è Fontana nuova e con questo stesso nome viene indicata la contrada da essa servita.

Che la Fontana di cui si parla negli Statuti degli Ortolani sia quella ancor oggi in attività fuori Porta Castello, è fuor di dubbio.

Innanzitutto, il complesso idrico descritto negli Statuti succitati corrisponde perfettamente all’attuale (cunicolo andalgio; fontana, abbeveratoio inguaççatoro e lavatoio); in secondo luogo negli Statuti di Corneto, di poco posteriori (1436) a quelli degli Ortolani (1379), in un passo dei regolamenti per la “giostra del toro” (lib. V, cap. XXXXI, c. 66), si legge: «Die vero festivitatis praedictae ipsum taurum duci faciant ad Fontem novum et illic ligetur ad columnam, quae est prope fontem…». Certamente ci si riferisce alle colonne di Fontana antica, indicate prope fontem, vicino, accanto alla Fontana nuova. Evidentemente perciò l’antico complesso era già stato abbandonato.

L’irrigazione ortiva nella Corneto medioevale

Nel Medioevo, Corneto era famosa in tutto il territorio pontificio per la ricchezza delle sue colture ortive.

Il Volaterrano, ad esempio, ci informa che nel Sisto IV visitò gli orti di Corneto e li trovò oltremodo «ammirabili per la spessezza di ogni specie di alberi, e per l’abbondanza delle acque».

L’importanza dell’acqua di Fontana nuova è sottolineata ampiamente negli Statuti dell’Arte degli Ortolani di Corneto. [Gli «Statuti dell’Arte degli Ortolani di Corneto» furono scoperti e pubblicati da Francesco Guerri nel 1909, nel II vol. delle «Fonti di storia Cornetano»]

Da essi apprendiamo che gli Ortolani di Corneto, nel 1379, erano raggruppati in sei contrade: Cacarella [Località di ha 1.500 c.a., a km 17 da Tarquinia, sulla destra del fiume Marta. Attualmente in territorio di Tuscania], Magliano [Località di ha 50 c.a., a km 3 da Tarquinia; la contrada era chiamata anche Sugheri e si stendeva presso l’antica Strada del Mare], Pantano [Località di ha 850 c.a., a km 6 da Tarquinia; è compresa fra il fiume Mignone e il Fosso della Vite], Vallegatula [Località di ha 100 c.a., a km 4 da Tarquinia, sulla sinistra del fiume Marta], S. Giovanni [Vasta località con terreni ortivi, presso la Gabelletta, a breve distanza da Tarquinia. Il nome deriva da una chiesa di S. Giovanni dell’Isaro, o degli Orti. Il Polidori ci informa che il tempio sorgeva poco distante dalla città dove era una volta il giardino delle Monache di S. Lucia, e la residenza di esse. Esisteva già nel 1192; nel 1573 fu ordinato il restauro dei suoi altari; nel 1667 era demolita, e non si riconosceva che un portico, avanzi di muraglie, e varie colonne di marmo e di porfido atterrate], Fontana nuova.

Le contrade di Pantano, S. Giovanni e Fontana nuova erano servite da sorgenti. Scrive il Guerri: «Per ciascuno di questi tre reparti (degli altri tre gli Statuti nulla dicono) vi erano istruzioni particolari», relative all’uso dell’acqua, alla pulizia delle fontane e delle vasche di raccolta e alla sorveglianza dei cunicoli. Per quanto, però, gli Statuti prescrivessero precise norme in proposito, la manutenzione degli impianti idrici non doveva essere troppo curata se i Priori di Corneto furono costretti ad imporre [«Addizioni dello Statuto dell’Arte degli Ortolani di Corneto» - Provvedimenti comunali del 13 agosto 1544] ai Rettori dell’Arte degli Ortolani di «nettare overo far nettare le fontane et beveratori almeno dui volte l’anno, oltre quello sonno abligati per vigore delli loro statuti». [Negli Statuti del 1379, la Corporazione era tenuta a provvedere alla pulizia di Fontana nuova nei primi giorni di aprile e negli ultimi di maggio di ogni anno (cap. XXXIII).]

Fontana nuova era una delle contrade più importanti per numero di ortolani. Gli Statuti ci informano che uno dei due Rettori veniva scelto fra i congregati di Fontana nuova e di Pantano e l’altro fra le restanti contrade, mentre uno dei cinque consiglieri della Corporazione doveva essere senz’altro di Fontana nuova (gli altri quattro di Pantano, S. Giovanni, Vallegatula e Magliano). [Statuti degli Ortolani, cap. II e XIII]

La fonte dell’Isaro

Prima di esaminare gli ordinamenti che regolavano l’uso dell’acqua di Fontana nuova nel Medioevo, riteniamo interessante soffermarci su un altro complesso idrico notevole ricordato negli Statuti: la fonte dell’Isaro.

Il sistema di irrigazione della Valle di San Giovanni si basava interamente sulla sorgente dell’Isaro. [Sul significato del termine Isaro non troviamo alcuna documentazione. A nostro avviso si tratta di un vocabolo derivante dall’umbro. «Isaurus» era l’antico nome del Foglia (Silio Italico)]

Nel cap. XXXIII degli Statuti viene ordinato agli ortolani di questa contrada di nectare e premunire (pulire e riparare) l’andalgio (cunicolo) dell’acqua dell’Isaro e l’abbeveratoro vecchio di Sancto Iovanni fino alla Fontana dell’Isaro.

Nel cap. XXXII è detto che l’acqua dell’Isaro veniva incanalata nel fossato fore de la porta di Sancto Iovanni.

Sempre nel cap. XXXII siamo informati che gli orti posti al di sopra della via che conduceva al piano godevano dell’acqua da mezzogiorno al tramonto, mentre quelli sotto la strada se ne servivano dal tramonto al mezzogiorno del dì seguente. L’orario era regolato dal suono delle campane di S. Marco e di S. Francesco.

Risulta difficile ubicare il sistema idrico della Valle di San Giovanni, soprattutto per quanto riguarda la fonte dell’Isaro. L’accenno ad un cunicolo (andalgio) farebbe pensare a quello che ancora oggi porta l’acqua a Villa Falgari.

Logica sembrerebbe l’identificazione della fontana dell’Isaro con quella attuale dei Giardini. Il Polidori enumerando i capi d’acqua esistenti fuori della cinta di Corneto, per quanto riguarda la Valle di San Giovanni, ci informa che nel 1600 la contrada era servita soltanto dalla fontana dei Giardini: «Fuori della Porta della Maddalena [Attuale Porta Romana] v’è la fonte detta dei Giardini, che nasce nella strada ivi vicino, assai bassa et per portarla nella fonte è stato fatto il concavo come si vede; et è buon capo d’acqua e salutifera…». [Croniche I, 196]

Fra il Polidori e gli Statuti degli Ortolani esistono però delle discordanze, soprattutto laddove si consideri che, nel testo del 1379, la fonte dell’Isaro è ubicata più in alto rispetto alla valle.

Fontana nuova nel Medioevo

Gli ortolani di Fontana nuova potevano usare il loro turno d’acqua per un’intera giornata, «dall’una ora di vespero desfì all’altra ora di vespero del dì seguente». L’orario era regolato dal suono di vespero delle campane di S. Maria e di S. Nicola.

Anche gli ortolani di Fontana nuova erano tenuti a nectare e premunire due volte all’anno l’andalgio dell’acqua e tucta la grondara (canale, fossato), soprattutto nel tratto compreso fra la casa del calçolari e la via che passava per traverso sotto l’orti de Condireto.

Mentre non siamo in grado di ubicare gli orti de Condireto, sappiamo che la casa dell’Arte dei Calzolai sorgeva nei pressi di Fontana nuova, forse nell’area dell’attuale Mattatoio.

La Casa dell’Arte dei Calzolai doveva essere provvista di cisterne e gli Statuti proibivano di «fare overo far fare alcuna congregatione nè adunança ne la casa del calçolari in fraude e danno de alcuno compagno».

Sempre negli Statuti si legge che il complesso di Fontana nuova comprendeva, oltre alla fontana vera e propria, un lavatoro e un inguaççatoro. [Luogo concavo dov’era raccolta acqua per lavare e tenere a bagno erbaggi]

Lo scavo di Fontana antica

L’iniziativa di riportare alla luce il complesso monumentale di Fontana antica fu assunta nel maggio del 1965 dagli aderenti al Gruppo Archeologico Tarquiniese.

Grazie all’interessamento dell’Azienda Autonoma per il Turismo dell’Etruria Meridionale, fu ottenuto il permesso di condurre i necessari lavori di scavo e sistemazione.

Per circa due mesi, nei pomeriggi del sabato e nei giorni festivi, 17 giovani professionisti, studenti e operai, guidati dall’ing. Curzio Proli, direttore del G.A. Tarquiniese, hanno condotto volontariamente il lavoro, riportando alla luce le magnifiche strutture, ancora mirabilmente conservate, di Fontana antica. In quest’opera sono stati coadiuvati anche da 15 studenti del Gruppo Archeologico Romano. Ai lavori hanno preziosamente contribuito con strumenti e macchine per lo scavo e il trasporto della terra lo stesso Comune di Tarquinia, il sig. Silvio Zanobbi e il dr. Mario Santi.

Fontana antica, per la sua architettura, può essere considerata un monumento unico nella Tuscia: un ampio mascone è coperto da una volta a botte, poggiata alla roccia del colle e sorretta, sulla facciata, da cinque rocchi di colonna sormontati da capitelli romanici, su cui insistono sei archi ben conservati.

Sul muro di fondo, al centro della luce di ogni arco, erano le sei cannelle, in nenfro, per l’acqua che scorreva dietro la cortina, in un condotto innestato trasversalmente nel cunicolo sotterraneo.

Il piano su cui si innalzava la Fontana è certamente più in basso dell’attuale. Il complesso doveva presentarsi come un loggiato e non come un portico, quale appare oggi.

La Fontana aveva subito numerose contaminazioni: sulla fronte, un muro alto circa 50 cm legava fra loro le colonne frenandone lo slancio. All’interno, era stata semiriempita con sabbia di fiume, fino a 50-60 cm sotto il bordo del mascone. La sabbia era ricoperta da uno strato di massicciata, rivestita di lastre basaltiche.

Un muro di separazione, alto 50 cm, divideva quindi a metà il mascone, per tutta la sua lunghezza. L’opera fu certamente eseguita per trasformare la Fontana in stalla, in quanto la lunga e stretta vasca formatasi sotto le cannelle non era in grado di trattenere l’acqua, né presentava scarichi di sorta.

Tanto il muro divisorio, quando il basolato e il muro intercolunnio non presentavano alcun interesse architettonico; pertanto sono stati rimossi per riportare alla luce le strutture originali del monumento.

L’esplorazione del cunicolo

In concomitanza allo scavo di Fontana antica si cercò di individuare l’imbocco del cunicolo, murato all’interno del bottino eretto dietro Fontana nuova. Praticata un’apertura, si iniziò l’esplorazione del condotto sotterraneo; risultando, però, estremamente difficoltosa, soprattutto per la mancanza delle necessarie attrezzature, questa parte dei lavori fu affidata al Gruppo Speleologico URRI di Roma. Prima della relazione degli speleologi, riteniamo, però, opportuno riportare le notizie forniteci in merito dal Polidori (1609-1683) e il resoconto della esplorazione compiuta nel 1866-67 e riferita dal Dasti.

Il cunicolo nel 1600

La sorgente di Fontana nuova – scrive il Polidori – «nasce dentro la città in luogo assai profondo, cioè nella cantina della casa de’ Vipereschi che sta nella strada di piazza in quella bottega che serviva ad uso di pizzicarla di Mercatino [La casa dei Vipereschi, demolita nel 1600, sorgeva dietro la chiesa di S. Giovanni Gerosolimitano, ancora esistente in Tarquinia]; et con chiavica sotterranea passa avanti la casa dei signori Sacchetti, dove è un pozzo fatto o per sfogatolo o per tirar su la terra che si faceva nel far la chiavica [Si tratta dello stesso pozzo esplorato nel 1866 e nel 1965]; altro simile sta dietro la chiesa di S. Bartholomeo hora demolita et redotta in horto; et altro simile sta avanti la porta della stalla di S. Spirito [Il Polidori si riferisce sicuramente ai due primi pozzi del cunicolo, rilevati anche dagli speleologi dell’URRI]; e questi pozzi sono assai profondi.

Ho relazione da persone che vi sono state che la chiavica di detta fonte è tutta praticabile, e che Corneto è tutto trapassato con chiavica simile; poiché oltre detta chiavica ve n’è altra che risponde in questa e tira verso la chiesa del Salvatore» («Croniche», I, 196). [Gli speleologi hanno incontrato lungo il cunicolo alcuni diverticoli, in parte appena accennati. Uno di questi fu sicuramente sbarrato da una frana]

Indagini del 1866-1867

«Si diceva già per vaga tradizione – scrive il Dasti –, che il grande cunicolo sotterraneo, che attraversa tutta la città vecchia e nuova, vi fosse stato in antico tempo per assicurare in ogni caso ai cittadini l’uso dell’acqua potabile, massimamente in tempi di guerra e di assedio, ma s’ignorava affatto dove fosse posto. Solo per casuale circostanza fu ritrovato nel 1866 [Gli speleologi dell’URRI hanno ritrovato su una parete del cunicolo, nel tratto compreso fra il III e il IV pozzo, una data (1866?) e delle croci tracciate con il fango, mentre sul soffitto si notano ancora i segni lasciati dal fumo delle candele], essendosi sfondato il terreno nella piazza ora Sacchetti [Attuale piazza Verdi], che è quasi nel mezzo della città vecchia. Quella frana assai larga scoprì la bocca di un pozzo, che dal livello della piazza metteva capo nel Cunicolo alla profondità di m. 41. In esso anno 1866, e nel susseguente 1867, mediante la discesa di operai e di esperti lungo il pozzo, si eseguì la ispezione del medesimo e del sottoposto Cunicolo, del quale fu anche fatto uno spurgo parziale, e si ebbero i risultati seguenti. La bocca del pozzo nel piano della piazza è di pianta quadrata, col lato di m. 1,50, e tutto il pozzo è pur quadrato; però il lato in fondo è di poco superiore a un metro. Esso pozzo è scavato nel masso calcare e naturale, eccettuata la parte in sommità presso la piazza, che per l’altezza di m. 2,70 e rivestita di pietra squadrata. Riguardo al cunicolo, si trovò che esso attraversava tutta la città dal sud al nord, e che ha un’altezza alquanto variabile nei diversi tratti, ma in genere si trova alto m. 1,80, e largo m. 0,70. Anche esso è scavato nella stessa pietra calcare naturale, meno in qualche tratto, che è rivestito di pietra squadrata nella volta.

Tenendo dietro alla linea del Cunicolo si giunse a scoprire, che vi sono ad intervalli vari altri pozzi della medesima costruzione indicata, i quali dal piano della strada attuale si estendono fino a quello del Cunicolo sotterraneo. Non si conobbe da qual punto venga la sorgente, perché il cunicolo fu espurgato soltanto in parte; si ebbe però la prova che i pozzi erano destinati per attingere l’acqua, perché nello spurgare alcuni di essi, che erano ripieni di terra e macerie fino alla loro sommità, si rinvennero nel fondo avanzi di cerchi di ferro e manichi eziandio di ferro, che si capì aver appartenuto a secchie di legno, che si erano poi consumate col tempo e col corso dell’acqua. Una singolarità è anche quella, che uno dei pozzi si trovi scavato immediatamente all’esterno dell’antico muro castellano di cinta, il quale si trova oggi rinchiuso fra muri di fabbriche diverse nel centro della città, e percorreva un tempo la fronte di essa rivolta a mezzogiorno. [Il Dasti si riferisce evidentemente al pozzo che s’apre all’altezza dell’attuale Corso e che, riempito di macerie, impedisce di condurre avanti l’esplorazione del Cunicolo]

Dopo trovato e spurgato in parte il Cunicolo, fu rinchiuso nuovamente.

Ciò non toglie che esso non esista e non attesti ampiamente della grandiosa opera costruita dalla città nel tempo di mezzo».

Indagini del 1965

Gli speleologi dell’URRI hanno esplorato, in tre successive spedizioni, circa 390 mt. Del cunicolo, giungendo sino all’altezza del Corso di Tarquinia. Riportiamo la relazione preliminare dell’operazione, stilata dallo speleologo Gianni Giglio.

La Fontana nuova di Tarquinia è alimentata da acqua proveniente dal cunicolo che si prolunga sotto la città ad una profondità media di circa m 50 dal livello stradale.

L’esplorazione del cunicolo è stata affidata al Gruppo Speleologico ed agli speleo-sub dell’URRI di Roma, che la portavano a termine in tre spedizioni successive.

Nella prima veniva esplorato un pozzo di aerazione [Si tratta dello stesso pozzo ricordato dal Polidori ed esplorato nel 1866] e condotta una ricognizione nei 200 metri iniziali di cunicolo; nella seconda veniva continuata l’esplorazione del cunicolo e forzato un sifone. Nell’ultima, gli speleo-sub, dopo aver superato nuovamente il sifone hanno percorso il tratto di cunicolo restante sino al pozzo ostruito, all’altezza del Corso.

Per discendere nel pozzo di piazza Verdi sono stati impiegati m 45 di scalette di acciaio. La discesa e la risalita, già molto impegnative data la non indifferente profondità (pari all’altezza di un palazzo di 15 piani), sono risultate più difficoltose del previsto, poiché la sezione della voragine non si mantiene costante, ma oscilla da un diametro di m 1,80 a quello di 0,80-0,70 cm. Il pozzo si innesta nel cunicolo ed è indubbiamente servito per raggiungere la quota di scavo del medesimo e come condotto di aerazione.

All’esplorazione del pozzo e del primo tratto del cunicolo hanno preso parte 8 speleologi, mentre il forzamento del sifone e dei tratti più difficoltosi veniva effettuato da due speleo-sub.

I primi 20 metri di cunicolo sono stati percorsi con l’acqua che ha raggiunto ben presto l’altezza del petto. Il cunicolo si inoltra tortuosamente nella roccia in direzione sud-est.

A tratti gli speleologi hanno dovuto camminare inchinati, perché la volta si abbassa fino a m. 1,50. Man mano che si avanza, l’acqua da limpida e cristallina si intorbida, perché un fango sottile viene sollevato dal fondo. Le pareti sono ricoperte da uno strato di immacolato calcare e dalla volta pende un gran numero di piccole stalattiti. A circa m 200 dall’ingresso le pareti si presentano ricoperte da blocchetti di tufo squadrato; la volta è formata da tabelloni di tufo. A questo punto, il livello dell’acqua si è sollevato sino all’altezza del mento e hanno potuto proseguire solo gli speleo-sub, muniti di autorespiratore. Dopo circa m 20 il cunicolo è completamente sommerso dall’acqua per un tratto di m 15. Il superamento del sifone è risultato molto difficile e rischioso, poiché la larghezza del cunicolo in quel punto è ridotta a m 0,50-0,60.

Nel corso della terza spedizione, mentre i sub proseguivano l’esplorazione, due speleologi hanno tracciato uno schizzo planimetrico sino al sifone, mentre al di là di esso il rilievo è stato completato dai sub stessi, muniti di bussola e di un sagolino metrato.

Superato il sifone e percorsi 25 metri si giunge sotto il pozzo già esplorato dalla prima spedizione. Le pareti del cunicolo sono ancora ricoperte di blocchetti di tufo. La sezione differisce solo nell’architrave, ed il soffitto per un certo tratto è costruito «a capanna», ossia la volta è formata da due lastre unita di «costa». Dopo altri 67 metri si giunge sotto un pozzo riccamente concrezionato.

La larghezza media del cunicolo diminuisce ulteriormente e, percorsi altri 39 metri, si giunge sotto un altro pozzo, completamente ostruito da macerie. L’acqua filtra dall’alto e i detriti non appaiono molto stabili. A questo punto, gli speleo-sub sono stati costretti a tornare indietro.

Oltre ai pozzi menzionati, nel tratto dopo il sifone, ne esistono altri due in quello precedente. Il primo a m 120 dall’imbocco del cunicolo e il secondo a m 170. L’esplorazione di circa 390 metri di cunicolo, compreso il superamento del sifone, è stata eseguita in circa 4 ore.

Sono stati rilevati diversi campioni geologici che, insieme ad altri dati, sono attualmente all’esame degli esperti del G.S. URRI. (testo di Gianni Giglio)

L’acqua di Fontana nuova e il problema idrico di Tarquinia

Dei lavori di Fontana antica, la parte che maggiormente interessa i Tarquiniese è certamente l’esplorazione del cunicolo sotterraneo, per la possibilità di recuperare una vena in grado di soddisfare, almeno in parte, le esigenze idriche della città.

Attualmente l’acqua di Fontana nuova scorre con un flusso di 6-7 litri/secondo, una quantità sufficiente per le necessità immediate di Tarquinia.

Si consideri, però, che lo spurgo del cunicolo sotterraneo potrebbe far aumentare questa capacità. Nel Medioevo, infatti, la sorgente di Fontana nuova dovrebbe aver fornito dai 10 ai 12 litri/secondo ed è presumibile che, a causa dello sbarramento del V pozzo, l’acqua sia stata costretta a disperdersi in diverticoli. [In una recente riunione del G.A. Tarquiniese, si è cercato di stabilire l’estensione delle colture ortive nella contrada di Fontana nuova nel Medioevo, sulla scorta di informazioni storiche e dei risultati delle esplorazioni compiute. Gli esperti del Gruppo ritengono che nella zona non più di 7-8 ettari fossero i terreni in questione e che per la loro irrigazione fossero impiegati dai 10 ai 12 litri/secondo di acqua.]

Né deve essere trascurata la possibilità che l’indicazione del Polidori, relativa all’ubicazione della sorgente nella cantina di casa Vipereschi, si riveli infondata e che il cunicolo prosegua sino alla zona del Paparello, a sud della città, come viene asserito da numerosi tarquiniese. [Anche nella pianta redatta nel 1866-67 il cunicolo prosegue oltre la casa dei Vipereschi, ma i compilatori lo percorsero effettivamente?] Molti affermano, infatti, di aver veduto, in una delle grotte del Paparello, un grande bacino di raccolta da cui, oltre al cunicolo di Fontana nuova, si diparte anche quello di Falgari (Isaro?). Quale che sia la fondatezza di queste affermazioni spetta agli ardimentosi che tenteranno di forzare il condotto all’altezza del V pozzo, stabilirlo. Una cosa, però, è certa: le indagini sin qui condotte, le testimonianze storiche e le tradizioni locali sono concordi nell’affermare che nel sottosuolo di Tarquinia esistono vene d’acqua in grado di soddisfare il fabbisogno idrico della città e sarebbe oltremodo stolto non tentare di individuare e, se possibile e conveniente, di utilizzarle.

Lo spurgo del cunicolo sotterraneo

Fino ad oggi, quanto è stato fatto per lo scavo di Fontana antica e per l’esplorazione del cunicolo sotterraneo non ha richiesto spese di sorta, ma per il proseguimento dei lavori dovranno essere affrontati non indifferenti impegni finanziari.

Per lo spurgo e l’ulteriore esplorazione del cunicolo si rende necessario l’impiego di almeno tre operai, ai quali affidare il non facile compito di rimuovere i detriti che ostruiscono il condotto e di abbattere la cortina di macerie del V pozzo che trattiene la massa delle acque.

Il lavoro si presenta particolarmente pericoloso e gli operai che affronteranno questo impegnativo compito dovranno essere muniti di tute impermeabili, stivali di gomma, caschi, strumenti di scavo adatti al luogo angusto, luce in abbondanza e radiotelefono per il collegamento con l’esterno, onde poter tempestivamente intervenire in caso di pericolo.

Il lavoro nella prima parte del cunicolo non presenta alcuna difficoltà: si tratta solamente di eliminare lo strato di melma depositatosi sul fondo del condotto.

A 164 metri, all’altezza del II pozzo, il primo ostacolo: terra e detriti ostruiscono il cunicolo, lasciando aperto un limitato varco in alto, attraverso il quale è possibile passare a fatica.

Dietro lo sbarramento, l’acqua, dai 40 cm iniziali, si alza a 160 cm. Pertanto lo sbancamento delle macerie dovrà essere condotto con estrema prudenza, onde evitare franamenti improvvisi e l’impetuoso dilagare dell’acqua. Il lavoro risulterà particolarmente ingrato a causa del continuo stillicidio dall’alto di acqua putrida e di rifiuti.

L’eliminazione della ostruzione del II pozzo provocherà l’immediato abbassamento del livello dell’acqua compresa fra i 164 e i 270 metri del cunicolo, annullando il pericolosissimo sifone che sbarra il passaggio ai 245 metri. Un altro cumulo di macerie si ritrova sotto il III pozzo (m 275), ma potrà essere eliminato senza difficoltà. Ai 390 metri si incontra lo sbarramento di macerie del V pozzo. L’acqua filtra, con una certa pressione, dalla parte alta del cunicolo, rivelando che il resto del condotto è completamente allagato. L’instabilità dei detriti sconsiglia qualsiasi scavo eseguito con strumenti tradizionali che, d’altra parte, non potrebbero essere usati perché il cunicolo, in questo tratto, si restringe tanto da consentire appena il passaggio di fianco.

Non sappiamo sino a che altezza sia riempito di detriti il V pozzo, ma è certo che, volendo tentare uno sbancamento di forza, si causerebbe una frana e un impetuoso allagamento del condotto con sicuro pericolo di vita per coloro che vi si trovassero.

Dovrà essere studiato quindi un piano di lavoro tale da garantire l’assoluta incolumità degli operai, i quali, in ogni caso, dovranno essere assicurati contro eventuali infortuni.

La sistemazione di Fontana antica

Per quanto riguarda la sistemazione di Fontana antica, è nostra intenzione creare un suggestivo itinerario turistico, facendo perno sul complesso monumentale riportato alla luce.

Prevediamo, pertanto, la riapertura e la parziale ricostruzione della Porta Falsa (nei pressi della chiesa di S. Giacomo che, con il S. Salvatore e l’Annunziata, sarebbe compresa nell’itinerario) e la riattivazione e la sistemazione della Via Coperta, che scende lungo i dirupi di nord-ovest sino a Fontana antica.

Intorno alla fontana restaurata, provvederemo ad una adatta sistemazione arborea, per realizzare il congiungimento con l’area di Castello. È superfluo sottolineare come la creazione di un simile itinerario beneficerebbe grandemente la valorizzazione turistica di Tarquinia

Per la realizzazione di un così vasto programma il Gruppo Archeologico Tarquiniese confida nell’entusiasmo e nel senso civico di tutta la popolazione e questo opuscolo vuole essere un invito ad ogni Tarquiniese affinché collabori concretamente alla nostra opera sino alla sua felice conclusione.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.