Il volontariato

Per la difesa dei beni culturali

da «Archeologia Lazio», marzo 1979

Fra i tanti fermenti di rinnovamento che si registrano nel mondo culturale italiano il fenomeno del «volontariato» archeologico è certamente uno dei più noti e interessanti. Iniziato intorno agli anni ’60, in pieno boom economico, quando il mercato antiquario fu sollecitato da una sempre crescente richiesta con conseguente esplosione di furti e danneggiamenti, il volontariato è oggi una componente primaria nell’azione di tutela e valorizzazione. Se però la sua nascita è legata alla reazione spontanea dei cittadini al dilagare di ruberie e distruzioni, con il consolidarsi delle varie iniziative, sia in sede locale che nazionale, se ne sono precisati scopi e compiti.

Negli anni ’60 le strutture amministrative italiane in campo archeologico si basavano sulle Soprintendenze alle Antichità (una ventina, quasi tutte regionali, con meno di un centinaio di funzionari a disposizione) e sull’istituto degli Ispettori Onorari (un migliaio in tutta la Penisola), cittadini noti per i loro interessi culturali, incaricati di «tener d’occhio» la situazione nelle zone di competenza.

Questa struttura non resse all’urto dei ladri e degli speculatori e, per quanto affiancata oggi da efficienti nuclei speciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, continua a dimostrare la sua impotenza dinanzi al dilagare dei danni, provocati dall’attività edilizia, dalla meccanizzazione agricola, oltre che dall’ormai consolidata piaga dei «clandestini» o dei «topi di museo».

Il volontariato, fenomeno essenzialmente giovanile, fu accolto dalle autorità con sospetto, se non addirittura con ostilità; ancor oggi sono pochi gli archeologi ufficiali che mostrano di aver compreso l’importanza di questa forza spontanea ed entusiasta nell’azione di tutela e di valorizzazione. Nella maggioranza dei casi, lo sclerotico mondo degli «addetti ai lavori» vede nel volontariato uno strumento di cui servirsi in mancanza di meglio, trascurandone il valore sociale e culturale.

Questa miopia è stata clamorosamente ribadita dai recenti decreti per la istituzione del Ministero dei Beni culturali, i quali, nel lasciare sostanzialmente immutate le strutture delle Soprintendenze e delle istituzioni statali in questo settore, hanno ignorato l’esistenza del volontariato, un complesso di forze che si aggira attualmente su circa 100.000 aderenti, organizzati in oltre 1.000 gruppi spontanei.

Il fenomeno non è stato però ignorato dalle Regioni: dall’Umbria che ha sottolineato il ruolo delle organizzazioni volontarie nel suo Statuto, alla Toscana, alla Lombardia che non hanno esitato ad intraprendere un dialogo costruttivo con i gruppi e le associazioni archeologiche.

Le Regioni hanno in particolare compreso l’importanza del volontariato per affermare quell’autonomia amministrativa che ha nella cultura uno dei suoi fondamenti essenziali. E con le Regioni, molti Comuni, grandi e piccoli, di ogni altra parte della Penisola.

Il gruppo volontario rappresenta oggi l’unico mezzo e modo di cui un ente locale dispone per riprendere il controllo e la gestione dei propri beni culturali, che la legislazione post-risorgimentale e l’interesse corporativo di ristretti circoli accademici aveva compresso nelle pastoie di una burocrazia centralizzata. Se tanti danni lamentiamo al nostro patrimonio culturale, questi sono per la maggior parte derivati dalla impostazione amministrativa che ha sin qui imperato nel settore e che ci si ostina a mantenere in vita.

Il bene culturale può essere difeso e accresciuto soltanto nella misura in cui la comunità che lo ha prodotto lo comprende e lo sente proprio.

Per una amministrazione accentratrice e gestita con criteri ottocenteschi, far fruire i cittadini del bene culturale significa organizzare mostre di tesori e musei-magazzino di oggetti d’arte, totalmente avulsi da qualsiasi contesto storico. Musei e mostre organizzate all’insegna del «misterioso» e «meraviglioso», capaci solo di sollecitare vecchie e nuove manie collezionistiche e gli interessi del mercato antiquario interno e internazionale. I gruppi volontari, nella fermezza e nella chiarezza con cui contestano questi criteri anacronistici di gestione del bene culturale, si propongono come alternativa moderna e democratica e come stimolo rinnovatore, trovando nell’ente locale, Comune e Regione, l’interlocutore naturale e capace di recepire l’istanza.

Su questa linea si muovono i Gruppi Archeologici d’Italia, convinti che soltanto quando i cittadini, come comunità, potranno gestire i loro beni culturali, il problema della tutela e della valorizzazione sarà radicalmente risolto.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.