Archeologia e colonnelli

da «Archeologia», n.s. 1, giugno 1972

In questi ultimi tempi si fa un gran parlare di protezione del patrimonio artistico, ma anche se ci si prodiga per sottolineare la grave dilapidazione dei nostri beni culturali, la realtà è ben lontana dall’essere conosciuta dal grande pubblico.

I più immaginano i ladri di oggetti d’arte come sporadici e inafferrabili «Fantomas», simpatiche canaglie, in definitiva, mentre in effetti il problema ha assunto la vastità di un fenomeno sociale. Con buona pace dei predicatori a tavolino di «coscienze archeologiche».

A forza di chiudersi nei Musei, nelle cittadelle per iniziati, a forza di «vietare l’ingresso ai non addetti ai lavori», fra Amministrazione dei beni culturali e opinione pubblica si è scavato un baratro incolmabile.

E fosse solo questo il problema! A forza di rifiutare l’appoggio dell’opinione pubblica desiderosa di dare una mano alla barca, l’Amministrazione ha visto crescere intorno a sé l’ostilità generale, e i delinquenti (tombaroli, speculatori, vandali), invece di essere emarginati, trovano ogni giorno di più omertà e comprensione, isolando quelle stesse autorità che avrebbero dovuto isolarli.

Noi che intendiamo l’archeologia come impegno sociale e culturale attivo abbiamo modo di constatarlo quotidianamente.

In tutta Italia l’attività clandestina infuria ai margini delle aree protette e recintate. I vigilanti dello Stato sono letteralmente assediati. Di notte necropoli e zone monumentali sono nelle mani della delinquenza. Ovunque infuria la devastazione dell’agricoltura e della speculazione edilizia. Nei giorni di festa, si aggiunge uno sterminato esercito di turisti, villeggianti, amatori occasionali che frugano, deturpano, distruggono.

Dinanzi a questa situazione, stampa e politici hanno cominciato ad elevare lamenti, a formulare proposte. E fra le proposte è stato persino preso in considerazione di mettere l’archeologia sotto «regime di colonnelli», chiamando l’esercito a sorvegliare musei, gallerie, zone archeologiche e monumentali. Sembra che la paternità di un’idea del genere sia addirittura del ministro Misasi!

Proposte o chiacchiere? Noi sappiamo soltanto che l’unica proposta sensata che un Paese civile avrebbe dovuto formulare, non siamo riusciti a sentirla: che cioè il nostro patrimonio culturale, patrimonio di tutti i cittadini, può essere protetto e valorizzato soltanto dai suoi legittimi proprietari. I cittadini, appunto.

Il fatto è che siamo abituati a riempirci la bocca e il cervello di grandi concetti, grandi parole, ma quando si tratta di passare al pratico…

Si provi il cittadino a dire alle Autorità: eccomi per dare una mano! Gli ostacoli che troverà dinanzi alla sua buona volontà, al suo entusiasmo risulteranno megalitici.

Il rapporto bene culturale-cittadino è in effetti il problema cardine. Tutto il resto è fantasia.

E il rapporto è dei più difficili, visto e considerato che la legge vigente mette bene in chiaro che il bene culturale è proprietà dello Stato e non del cittadino. Una sottigliezza giuridica? piuttosto una realtà che nel nostro Paese è di tutti i campi. Lo Stato: e per lui quel ristretto numero di iniziati che cittadini non sono, ma stregoni o apprendisti stregoni che difendono con tutti i mezzi la loro «casa di magia».

È il problema di fondo: da un lato gli «addetti ai lavori» – lo Stato; dall’altro i tombaroli, i ricettatori, i vandali. E in mezzo un’opinione pubblica diseducata, assente, che assiste impassibile a questo giuoco di «guardie e ladri». Non sono parole nostre ma di un soprintendente che, per quanto ne sappiamo, è uno dei pochi funzionari che da anni si prodiga per aprire le porte della «cittadella» a chi desidera aiutare lo Stato in questo difficile compito di difesa.

Ed è strano che il ministro Misasi voglia dichiarare forfait conoscendo una realtà che la gran parte del Paese ignora, che cioè che in Italia esiste in questo campo un fermento di iniziative volontaristiche, che esistono associazioni organizzate operanti fra le difficoltà create da leggi, regolamenti e burocrazie superate e dalla mentalità dei sullodati stregoni, maestri nel piangere sulle sciagure patrie ma che continuano imperterriti a discutere sul sesso degli angeli, per nulla disposti a spalancare la loro «casa di magia» al «popolo bue».

Il ministro Misasi dovrebbe ricordare quello che accadde a Tuscania lo scorso anno, quando fra le rovine della sventurata città, tutto fu salvato per il prodigarsi dei volontari dei G.A. (Gruppi Archeologici), dei funzionari delle soprintendenze e dei carabinieri del Nucleo TPA (Tutela Patrimonio Archeologico), uniti in una gara di entusiasmo e di coscienza civica.

È questa la strada che bisogna percorrere: favorire le organizzazioni volontaristiche, aiutarle a propagandarsi fra l’opinione pubblica, soprattutto fra i giovani, cittadini di domani, per creare intorno a chi ruba, a chi distrugge un ferreo cerchio di controllo e di ostilità, disperdendo la fitta nebbia dell’omertà che è figlia dell’indifferenza.

Il saccheggio del patrimonio artistico italiano

Il 1971 verrà ricordato come l’«anno nero» del patrimonio artistico nazionale:5.927 opere trafugate in 291 furti, contro le 2.468 del 1970, le 3.038 del 1969, le 2.328 del 1968, le 1.283 del 1967. Si tratta di un crescendo pauroso che, purtroppo, non accenna ad arrestarsi. Nei primi tre mesi del 1972, infatti, il numero delle opere d’arte trafugate ha già raggiunto quota 1.98 con 81 furti di cui 46 nelle chiese, 25 nelle raccolte private, 6 nei musei locali, 2 in parchi e giardini e 1 in zona archeologica.

La Direzione generale AA.BB.AA del ministero della Pubblica Istruzione, nel «Prospetto statistico riassuntivo dei trafugamenti di opere d’arte in Italia», di recente pubblicazione, fornisce altri dati interessanti: dal 1957 (anno in cui fu attuato il primo censimento dei furti di oggetti d’arte) al 1971 sono state trafugate 22 mila 802 opere, alle quali si devono aggiungere le circa 2.000 asportate dall’esercito germanico nell’ultima guerra mondiale. Non è precisabile, invece, il numero delle opere «variamente scomparse» dal 1946 al 1957. I recuperi, dal 1963 ad oggi, presentano una cifra confortante: 55.324 opere. In questa cifra sono però comprese migliaia di monete e migliaia di pezzi archeologici di cui «non si conosceva l’esistenza», sequestrati agli scavatori clandestini.

Quali provvedimenti si stanno prendendo per porre fine a questo saccheggio vandalico del nostro patrimonio artistico?

Dinanzi all’efficienza dimostrata dagli uomini del Nucleo Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Pubblica Sicurezza, il Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti ha espresso un voto – trasmesso al ministro Misasi – in cui si auspica che le diverse iniziative siano coordinate e poste possibilmente alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio.

Dal canto loro, le Soprintendenze stanno procedendo all’inventario di tutte le opere d’arte esistenti e musei pubblici e privati. A inventario ultimato, tutte le opere saranno catalogate in un archivio elettronico e, a detta degli esperti, non sarà più possibile farle «scomparire» o rimuoverle, come oggi accade con facilità e con la compiacenza di «taluni custodi troppo distratti».

Intanto, in attesa che le meraviglie della tecnica entrino in campo a proteggere quadri e altri oggetti di valore artistico dal saccheggio, riaffiora da qualche parte l’idea di certi burocrati che vorrebbero il trasferimento delle opere di maggior valore in pochi musei statali, facilmente controllabili.

Vale a dire: uccidere la cultura per salvare l’oggetto che siamo incapaci di difendere. Una bella prospettiva!

Ludovico Magrini


I colpi del 1971

11 marzo
Uno dei colpi più clamorosi della storia dei furti d’arte: da Palazzo Vecchio, a Firenze, vengono rubati una «Madonna col Bambino» del Masaccio e un «Ritratto di gentiluomo» del Memling.
29 marzo
Dal Museo di Metaponto (Mt) vengono rubate 1.080 monete antiche per un valore di 40 milioni di lire.
30 aprile
Saccheggiato il Museo di Chiusi (Si): il valore del materiale trafugato sembra aggirarsi sui 150 milioni di lire.
10 giugno
Saccheggiato il Museo di Populonia (Li): si registra la sparizione di 280 pezzi.
31 agosto
Nella parrocchiale di Pieve di Cadore (Bl) rubata la «Vergine con Bambino» di Tiziano e altre 13 opere di Dolci, Cima da Conegliano, Zerzi Sotico, Sebastiano del Piombo, Marco da Murano, Palma il Giovane, Lazzaroni.
7 settembre
Il colpo di Venezia che il Soprintendente definisce: «il più grosso furto di opere d’arte degli ultimi cinquant’anni».

Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.