La transumanza

Origine della civiltà

da «Archeologia», agosto/settembre 1999 (conferenza fine anni ’80)

Esaminiamo quella che è stata per un millennio l’ossatura economica italiana: la pastorizia e la transumanza pastorale. Non collocheremo il nostro tema in un periodo storico preciso, ma lo vedremo in vari momenti della storia del nostro paese, come si configura durante la preistoria, nel periodo classico, medievale, etc. e faremo delle puntate nel ’500 e nell’’800.

Si tratta di uno di quei filoni storici che hanno mantenute intatte alcune caratteristiche in tutte le epoche, ed è particolarmente importante per chi si accinge a fare una ricerca sul territorio, dato che molti dei rinvenimenti che si fanno sono legati a questa problematica.

Intanto puntualizziamo la situazione geografica del nostro paese, una lingua di terra che si estende nel mare Mediterraneo, solcata da una catena montuosa, gli Appennini, per tutta la sua lunghezza; questo fatto ha favorito fin dalla preistoria quel certo tipo di attività economica che è la pastorizia.

Questa attività è caratterizzata dalla transumanza. Dice D’Annunzio: «Settembre, andiamo, è tempo di migrare…», le greggi, infatti, hanno bisogno nei diversi periodi dell’anno, di due particolari situazioni climatiche: d’inverno non possono stare in montagna, dove il clima è particolarmente rigido, e durante l’estate non possono stare sulla costa, in pianura, dove il clima è particolarmente caldo.

Di conseguenza, ci sono due momenti dell’anno in cui i pastori con le loro greggi sono costretti a spostarsi da un punto all’altro; oggi ciò avviene con i camion ed il fenomeno non lo vediamo più, ma un tempo si svolgeva a piedi e in determinati momenti dell’anno si assisteva allo spostamento delle greggi che scendevano o salivano le montagne.

Le transumanze avvengono a settembre, quando comincia la stagione rigida e dai monti si scende in pianura, e a maggio quando le greggi risalgono.

Il fenomeno della transumanza ha bisogno di alcune caratteristiche, riguardo al percorso ed al punto di arrivo: infatti, mettiamo che un pastore si trovi in un determinato luogo dell’Appennino, prima di scendere andrà a cercare un particolare punto di costa, un’area che garantisca nel periodo giusto l’esistenza di buoni pascoli (cioè pianure abbastanza estese), dove non vi siano attività agricole e che abbia vicino un sito in cui possa rifornirsi di sale. Questo perché le pecore, quando torneranno ai monti, troveranno pascoli sciapi, non salini, e il loro latte non darà più buon formaggio; il sale occorre agli animali anche per mantenere viva la lana.

Oggi tutto ciò non costituisce più un problema ma anticamente era fondamentale, perciò i pastori cercavano quelle pianure dove il sale si trovava naturalmente. Le nostre coste un po’ paludose si prestavano bene, e là dove alcuni uomini si fermarono accanto alle saline, per controllare, sorsero i primi insediamenti. Allora l’Italia era «coperta» di pecore, percorsa da pastori con le loro greggi tanto che i Greci ci chiamavano « la terra pecorosa»; Ulisse, infatti, sbarcato in Italia incontra per primo Poliremo che era, appunto, un pastore.

In quel periodo le saline naturali erano nella zona di Ravenna, alla foce del Po, e nella zona di Manfredonia, per quanto riguarda l’Adriatico. Sul Tirreno, c’era una notevole zona salina nella bassa Maremma, una di fronte a Volterra e poi intorno a Pozzuoli, ed erano particolarmente importanti perché, oltre ad avere giacimenti di sale marino, avevano cave di salgemma. Tutte queste aree erano ben conosciute dai pastori.

La conoscenza di questi requisiti nelle zone tirreniche ed adriatiche ci consente di affermare che le grandi linee di transumanza andavano o verso l’area di Manfredonia o verso il Po, oppure verso due punti della Maremma, davanti all’isola d’Elba e tra Tarquinia e Civitavecchia o, infine, verso Pozzuoli, A queste cinque aree dove ancora esistono saline, se ne aggiungeva una quinta distrutta che è stata la più importante di tutto il Mediterraneo e che era alla foce del Tevere. Questa importanza è rimasta nel nome di una strada, la via Salaria, che da Ascoli Piceno nelle Marche portava a Roma.

Le vie di transumanza puntavano a queste sei aree; di queste strade è rimasta solo la Salaria, mentre abbiamo ancora tratturi a segnare i percorsi di transumanza come quello che dal Fucino arrivava fino a Benevento, dove si biforcava verso il Gargano e verso la Campania e Pozzuoli.

In epoca romana il tratto Benevento-Lucera è conosciuto come via Appia-Traiana, e per dare un’idea della grandiosità di questo tratturo basta pensare che in alcuni punti era largo 500 metri e non bastava, tanto che esistono leggi romane che minacciano di sanzioni quei pastori che ne oltrepassavano i limiti, danneggiando i campi coltivati.

Lungo questi tratturi i pastori avevano bisogno di trovare ricoveri, stazzi, per far mangiare le bestie e loro stessi, ed ecco che possiamo trovare insediamenti che possono essere – a seconda delle epoche – piccoli villaggi se li collochiamo in epoca preistorica, grandi fattorie consistenti in edifici-alloggio con un grande cortile per le bestie in epoca romana, e chiese collegate ad aree di ricovero per animali e uomini nel medioevo.

Di tutto questo, nelle nostre ricognizioni possiamo ritrovare la chiesa, con vicino la villa romana e sotto questa del materiale preistorico. In alcune zone questi punti di sosta hanno dato origine a città vere e proprie come Benevento, Spoleto, la stessa Roma, punto finale di varie vie di transumanza; perciò la conoscenza delle direttrici di marcia ci consente di capire la logica di alcuni nostri insediamenti geografici.

Vediamo l’entità di queste transumanze: l’Italia ha oggi una popolazione ovina di soli 5-7 milioni di capi, pur essendo uno dei paesi di maggiore economia pastorale grazie alla configurazione della nostra terra, dato che la vicinanza delle coste alla montagna consente transumanze facili. Nell’ambito dell’Europa, noi e l’Inghilterra siamo le nazioni più favorite; in epoca antica, noi sulla pastorizia eravamo al primo posto.

Oggi abbiamo industrie tessili, acquistiamo lana dal Sudafrica, dall’Argentina e la lavoriamo, dato che le nostre pecore non sono state più curate da 300 anni, non sono più di razza pregiata come in altri paesi, come – ad esempio – le pecore che hanno scatenato la guerra nelle isole Falkland tra Inghilterra e Argentina, dove sono 1.000.000 di pecore di razza imperiale. Nel passato, almeno fino al 1500, l’Italia aveva una popolazione ovina di grande entità tanto che, nel 1860 quando si realizzò lo Stato italiano e il regno del Sud fu unito a quello del Nord, i piemontesi che arrivarono nell’area foggiana scoprirono che la sola dogana di Foggia contava 28.000.000 di capi. L’importanza della nostra transumanza ci spiega anche certi fatti storici.

Per esempio, nella seconda guerra punica, Annibale valicate le Alpi si fermò nella Gallia per bloccare la transumanza dei Sanniti dall’Abruzzo pensando di ricattarli e costringerli a ribellarsi a Roma. Quando si accorse che essi avevano anche lo sbocco campano, andò a Capua e nell’area foggiana e così, dopo la battaglia di Canne, tutte quelle popolazioni pastorali furono costrette a passare dalla sua parte. Roma reagì con Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto «il temporeggiatore», usando la stessa tattica di Annibale, mandò i soldati ad occupare i passi in montagna, per cercare di impedire ai Sanniti di tornare ai monti controllando così una delle risorse principali dell’Italia centrale.

Alla fine dell’VIII secolo, i Franchi si sostituirono ai Longobardi che fino a quel momento avevano garantito all’Italia una struttura politica di controllo del territorio che teneva conto di questa realtà economica. Non a caso, infatti, i principali ducati longobardi erano Spoleto e Benevento, il primo a dominare la strada per Roma, l’altro quella per il Sud. Mentre, però, i Longobardi avevano garantito una continuità di potere, il dominio carolingio dopo un po’ entra in crisi, inizia un regime feudale sempre più potente e l’anarchia del potere centrale. In questa situazione a soffrire di più sarà quella popolazione pastorale che, non avendo più leggi a garantirne la sicurezza, iniziò a farsi giustizia da sola.

Tra l’’800 e il 915 dalla base araba fortificata eretta alla foce del Garigliano [Fondata e rifornita dai califfi di Sicilia, dalla colonia militare musulmana alla foce del Garigliano mossero dall’862 al 915, quando fu distrutta, le incursioni verso il Lazio e la Campania] presero le mosse le incursioni saracene verso l’entroterra, contro le quali il papa fu costretto a bandire le crociate; in verità quei predoni non erano tutti dell’Africa ma pastori italiani che aggredivano le grandi abbazie benedettine per impadronirsi della terra. Senza conoscere queste motivazioni, la storia italiana ci sembrerebbe a volte misteriosa.

Nel VI secolo, nel periodo delle guerre tra Goti e Bizantini, i Goti avevano occupato l’Italia e i Bizantini decisero di liberarla. Vengono in Italia, però, senza avere la forza necessaria per una guerra totale e decisa, che divenne perciò guerriglia e a farne le spese fu la popolazione civile, a causa delle bande che rubavano. Le campagne così si spopolavano divenendo improduttive e anche insicure per i pastori che non trovavano più le piccole comunità sparse per la penisola disposte ad accoglierli.

In questo frangente, San Benedetto – se è mai esistito – inventò il fenomeno del monachesimo benedettino [Le date di nascita (480) e di morte (547) di Benedetto sono convenzionali e le sue vicende biografiche sono tratte unicamente dai «Dialoghi» di Gregorio Magno e non hanno fondamento documentario], che consisteva nel creare grosse comunità di preghiera e di difesa, organizzate in senso rigidamente gerarchico dai monaci agli schiavi, che gestivano i terreni per conto delle grandi famiglie senatorie romane, come quella degli Anicii [L’antica famiglia degli Anicii ebbe come esponente, contemporanea di Benedetto, Anicia Giuliana. Suo padre, fuggito a Costantinopoli dopo il sacco di Roma, aveva sposato Galla Placidia, sua madre. Di fede cristiana, amica di San Saba, fervente ortodossa, sostenne attivamente i principî del Concilio di Calcedonia]. È il caso di Subiaco, Farfa, Montecassino, San Michele al Volturno e tante altre: questi monasteri erano collocati lungo le grandi vie di transumanza e garantivano al pastore la sicurezza per la sua attività e la loro ricchezza era basata tutta sul commercio della lana [Cosimo de’ Medici prese il controllo della vita economica di Firenze dal 1434].

Se Firenze e la Toscana nel Medioevo e nel Rinascimento diventeranno quelle realtà eccezionali dal punto di vista artistico e culturale che conosciamo, ciò è dovuto anche al fatto che la famiglia Medici era riuscita a prendere in Toscana il monopolio del commercio della lana.

Tutta la nostra storia medievale è legata alle abbazie e al commercio laniero così come nel Rinascimento; infatti, i Pisani compravano lana merinos in Spagna, la vendevano ai Fiorentini che ne facevano panni che poi vendevano ai Perugini e questi ai Veneziani che li facevano damascare in Siria per rivenderli, infine, in tutta Europa. Si diceva che con la nostra lana, un po’ ruvida, l’Italia aveva messo le brache agli europei e potevamo permetterci di prestare soldi al re d’Inghilterra [Nella prima metà del ’300 Edoardo III si procurò presso i Bardi e i Peruzzi il denaro necessario a far passare dalla sua parte i feudatari fiamminghi contro la Francia].

Perché è importante la pastorizia? Per la produzione di lana e di pelli, che per essere lavorate hanno bisogno di allume, un minerale che si trova raramente nel bacino del Mediterraneo e che serviva per la concia delle pelli e per il fissaggio della tintura della lana.

Questa veniva tinta con la robbia, una bacca nota anche come garanza, coltivata un tempo per ricavare dalle sue radici l’alizarina, una sostanza rossa usata per tingere i tessuti. L’allume nel Mediterraneo si trovava in Asia Minore, a Focea nella Ionia, sotto Troia [Nel ’300 in mano ai Genovesi, dal 1455 passata agli Ottomani], e in Italia a Nocera, a Pozzuoli, a Volterra e sui Monti della Tolfa, dove anticamente non era conosciuta. La fortuna dei Medici cominciò il giorno in cui si impadronirono di Volterra, mentre la famiglia dei Frangipane possedeva le cave di Pozzuoli e di Tolfa.

L’allume si rinviene seguendone i filoni: a Tolfa, nel 1946 ne fu trovato uno notevole, che fu sfruttato per un secolo [La notizia della scoperta delle cave di Al lumiere è riportata nei commentari di Pio II: «In agro tolfetano aluminis lapidem reperit»]. Poi un giorno si esaurì, ne cercarono ancora per due secoli, poi rinunciarono. Nel 1400 i filoni di Pozzuoli e quelli di Volterra non erano più sufficienti sia per qualità che per quantità ad alimentare la grossa industria tessile italiana che dominava tutta l’Europa. Italiani e britannici [Nel settore laniero il commercio era in mano a italiani e fiamminghi, il primato nella produzione era inglese] cercarono altrove l’allume e dovettero comprarlo dall’imperatore di Bisanzio, che possedeva in Tracia cave eccezionali. All’inizio del ’400 i Turchi entrarono in Tracia, si impadronirono delle cave di allume e diventarono un pesante fardello perché erano i soli a poter soddisfare il mercato (come oggi per il petrolio).

In quegli anni, un italiano – un certo Giovanni da Castro, figlio di una tarquiniese – venne catturato dai Turchi e messo a lavorare nelle cave di allume in Tracia [Giovanni, figlio del giurista Paolo serangeli di Castro e di Piera Cesarini di Corneto, legata da parentela alla famiglia Farnese. Dvette lasciare l’Oriente dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi (1453). Suo padrino fu Enea Piccolomini che, diventato papa lo nominò commissario delle terre del Patrimonio, tra cui Tolfa]. Riuscì a fuggire e tornato in Italia si ricordò che sui Monti della Tolfa aveva visto un minerale identico. Lo trovò, infatti, ad Al lumiere, lo fece analizzare e si scoprì che era addirittura migliore di quello turco e in quantità enorme. Corse dal papa, che scrisse a tutti i principi della cristianità che cominciarono a rifornirsi da lui [Papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia), 1492-1503]. È qui la causa della battaglia di Lepanto [1571, battaglia navale tra la flotta cristiana e gli Ottomani che segnò il tramonto della potenza turca per mare], e dopo la vittoria il trionfo a Roma con un tolfetano che portava lo stendardo strappato all’ammiraglia turca (lo stesso che qualche anno fa il pontefice ha restituito ai turchi in segno di pace).

L’allume di Tolfa bloccò la potenza turca [Le miniere giunsero a dare 100.000 scudi l’anno] che prima ne aveva il monopolio e che anche per questo era diventata inarrestabile sia economicamente che militarmente.

Quando Napoleone giunse in Italia, e vide tutte quelle pianure a pascolo mentre aveva bisogno di grano per gli eserciti, obbligò a seminarlo. Fu nel regno del Sud, come in Spagna, che trovò l’unica ribellione armata da parte dei pastori sotto la guida del principe Ruffo [Nel 1799 Fabrizio Ruffo, cardinale del Regno di Napoli, organizzò un’armata con gli insorti antifrancesi riportando tutto il Sud sotto i Borboni]. La ribellione antifrancese sui Monti della Tolfa alla fine del ’700, a Terni e nel Viterbese, derivò proprio dal fatto che i francesi volevano far coltivare a grano i pascoli. I problemi che ancora oggi sopporta il Sud hanno come origine anche la scelta fatta dai piemontesi nel 1860, che trasformarono delle aree pastorali della Campania e della Sicilia in aree agricole: sia i banditi che gli emigranti erano i vecchi pastori.

Abbiamo legato questo nostro discorso archeologico alla pastorizia; importante soprattutto nella nostra zona di Roma, con le sue saline. Il Lazio era uno degli sbocchi delle transumanze dagli Abruzzi, dal Piceno e dall’Umbria, in età preistorica, sannitica, romana; era uno dei punti di coagulo di genti diverse ed ecco che dalla pastorizia ha origine un fenomeno culturale.

Ogni pastore porta le sue esperienze: andava in Etruria, dove esisteva un certo tipo di cultura e ne riportava esperienze e ricchezza, tanto che noi troviamo in zone lontane come Ascoli Piceno o in Abruzzo tumuli orientalizzante, con vasi ed ori. Se non conoscessimo il fenomeno pastorale del VII e VI secolo a.C. non sapremmo spiegarcelo. Sappiamo invece che vi era tutta una rete capillare di tratturi che si dipartivano dalle grosse arterie, lo dice anche Marrone, proprietario di una grossa azienda nell’Aretino.

Quando vennero poi le invasioni dei barbari, si vedrà che in effetti questi erano pochi, il grosso erano i pastori che nel caos della caduta dell’impero romano si armarono contro le città che ritenevano responsabili della propria miseria.

Il nostro compito è quello di trovare queste piccole strade di transumanza, cercar di capire dove era lo stazzo, la villa romana e, se guardiamo bene, le troveremo tutte in fila legate da un tratturo. Pensate ai nomi come Pescara, Peschiera, Pescanzo, Pescia, Ischia; c’è una mare di «pesc», che indicano zone dove si passa. La cosa interessante è che non ci sono in Corsica, Sardegna, Sicilia, Piemonte e Liguria: evidentemente in queste zone vi erano genti che usavano altri termini per dire la medesima cosa. Si trattava infatti di popolazioni indoeuropee, che non avevano niente a che fare con le popolazioni italiche. Tutto questo noi, quando siamo sul terreno dobbiamo tenerlo a mente, perché trovare una località chiamata Pisciarello può significare che c’era un fontanile ma doveva essere anche un punto di passaggio di greggi, un «pesc». Vuol dire che siamo in area di percorrenza pastorale e che potremmo trovare un insediamento preistorico, arcaico, classico o medievale. Trovare un tratturo e seguirlo vuol dire andare da un’area di insediamento ad un’altra: quello basato sulla pastorizia è il tema più completo e coinvolgente su cui si deve basare la nostra ricerca sul territorio.

Ludovico Magrini


Recuperato alla memoria da Maurizio Balzano.